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Narco News Issue #39

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“Mi sono sentito come un emigrante nel mio stesso stato, che è quello di Puebla”

Tehuacán ed i 166: la vera faccia dello sfruttamento


di Karla Garza Martínez
Indymedia Chiapas

16 febbraio 2006

Ci fu un tempo in cui questa regione poblana era una ricca sorgente e non “la capitale del jeens“. C’è stato un tempo in cui le acque erano cristalline e non colore “blu501” della Levi´s. C’è stato un tempo in cui i popoli indigeni di questa zona popolavano i campi e non le prigioni: 7 su 10 detenuti nella prigione regionale sono indigeni. C’è stato un tempo in cui i bambini giocavano nelle piazze dopo la scuola e non erano pura e semplice forza di lavoro a buon prezzo dalle 8 alle 8. Un tempo ora tanto lontano. A quel tempo non c’erano maquiladoras in Tehuacán.

Le maquiladoras che questo paese non sono altro che moderni e legali centri di schiavitú, sono state construite qui, in uno dei suoi più produttivi paradisi di impunità. Sedi di sfruttamento, dove i salari non sono bassi, sono un scherzo crudele; dove una donna può essere trattata come se fosse in un bordello, dove i diritti lavorativi non includono nemmeno una cassetta di medicinali di pronto soccorso.

In una di quelle grotte, un gruppo di 166 lavoratori ha osato chiedere qualcosa di meno di ciò che sarebbe giusto, ricevendo in risposta lettere di licenziamento.

La richiesta dei lavoratori dell’impresa maquiladora “Qualità in Confezioni” proprietà di Lucio Gil Díaz, era molto semplice: il pagamento di straordinari e l’eliminazione di una lunga lista di assurde multe che riducevano il salario dei lavoratori fino a quasi farlo sparire: 10 pesos diari per un ritardo di un minuto, quando molti lavoratori arrivano da comunità a sud di Ajalpan dove i mezzi di trasporto sono precari e limitati, 50 pesos per portare orecchini, sandali al posto delle scarpe o i capelli sciolti ed un altra multa del 10 percento del salario “per motivi di produzione“. Quello che queste multe significano per gente, come loro, che percepiscono infimi stipendi tra i 300 ed i 600 pesos settimanali e spendono intorno ai 100 di trasporto. Insomma rappresenta appena la continuità della più profonda povertà.

Gli impiegati hanno portato le loro petizioni alla Giunta Locale di Conciliazione ed Arbitraggio. Il 10 novembre passato è stato firmato un accordo, ma non è stato mai applicato. I lavoratori hanno organizzato per protesta un giorno di “braccia incrociate“. Durante tutta quella giornata sono stati insultati ed intimiditi con videocamere che registravano “quelli che non lavorano” e sono stati perfino rinchiusi dentro alla fabbrica per impedir loro di uscire a mangiare. Una settimana dopo, arrivando all’impresa, sono stati fermati all’entrata per ordine di Lucio Gil di non lasciar entrare nessuno. Questa è stato il suo primo tentativo di soluzione per scappare dalla situazione. I seguenti sono stati una serie di giochetti a nascondino. Oggi si sta pensando che se ne andrà dal paese a godersi la sua ricchezza costruita sul dolore e sull’umiliazione dei suoi lavoratori.

I 166 si sono rivolti allora alla Giunta di Conciliazione ed Arbitraggio di Tehuacán, dove speravano di trovare giustizia, dove hanno cercato la difesa contro le vessazioni di Gil Díaz, e dove hanno trovato solo porte chiuse. “Noi ci fidiamo di quelle persone che noi abbiamo eletto e che grazie a noi si vestono con giacca, cravatta e pantaloni buoni“, dicono, ma Alejandro Conde, il presidente della Giunta, non si meritava quella fiducia. Li ha traditi prima con le sue orecchie sorde e dopo con la sua sfacciata complicità.

Era impossibile rimanere con le braccia incrociate ed i maquileros sono tornati a riporre la loro fiducia in un recipiente vuoto, il governo dello stato, presieduto per Mario Marín Torres. “Abbiamo continuato, abbiamo fatto ancora altre lotte, siamo andati fino a Puebla perché ci ascoltasse ma disgraziatamente è stato solo peggio” dice Vicente Saavedra, ricordando come sono passati da essere trattati come schiavi ad essere trattati da delinquenti, quando hanno cercato di arrivare a Marín che stava presentando la sua relazione di governo sottolineando il suo appoggio ai lavoratori delle maquiladoras. Più di 300 celerini li hanno fermati.

Semplicemente “noi andavamo a dirgli che mandasse funzionari buoni, che davvero vogliano bene al popolo. Non andavamo a insultarlo, perché noi abbiamo la dignità. Ma ci hanno fermato come se fossimo delinquenti, non ci hanno lasciato passare. Mi sono sentito come un emigrante pur stando nel mio stato, che è Puebla. E tutto questo quando il governatore Marín dice che siamo in uno ‘stato di diritto’, quale diritto? Ci mettono una barriera davanti per non lasciarci passare“.

È stato allora che i 166 non si sono più aspettati nulla dall’alto. Ma non erano soli, al loro fianco c’era Martín Barrios, il loro Martín Barrios, membro della Commissione dei Diritti Umani e del Lavoro della Valle di Tehuacán, il loro difensore ed un vero compagno. Ma Martin ha pagato con due pestaggi e due settimane di prigione l’audacia di esigere giustizia.

Ce lo volevano rovinare… loro pensavano: ‘se abbassiamo la cresta a questo stronzo non succede niente’, ma invece ci sta spingendo a continuare, perché lui non ci ha lasciato mai soli“, raccontano, sottolinenado il rispetto e l’affetto che gli professano.

Lucio Gil Díaz sperava che i colpi potessero fermare Martin. Non sono stati sufficienti a fargli neanche solo pensare di fare almeno un passo indietro. Allora l’ha accusato di ricatto. E neanche così c’è riuscito. Alla ora in cui, secondo Gil, Martin si trovava nel suo ufficio tentando di vendere l’indigazione dei 166 in cambio di 50 mila pesos, Martin stava manifestando con loro in strada. Un video l’ha comprovato.

I potenti si sono sbagliati. Il governatore Mario Marín non ha mai immaginato che il prezzo da pagare per compiacere i suoi milionari amici sarebbe stato così alto. Lo scandalo è stato maiuscolo e si è aggiunto a quello provocato da un’altra ingiustizia, l’incarceramento della giornalista Lydia Cacho per aver pubblicato una sua ricerca sulla prostituzione infantile che includeva il “re” del jeans, Kamel Nacif. Per Lydia e Martin, l’appoggio, il grido di centinaia di persone e di organizzazioni in tutto il mondo. Per il governo di Marín, il disprezzo ed un totale discredito.

Hanno perso e sono furiosi. Si nota dalle persecuzioni che non cessano. Ancora questa domenica, Martín Barrios denunciava in piazza, a fianco del Subcomandante Marcos, le ultime minacce. “Mi hanno già picchiato, mi hanno già imprigionarono, ora come continuerà?“, si domanda Martin, riconoscendosi preoccupato, ma non spaventato. Per nulla. Il popolo lavoratore di Altepexi, come ha già dimostrato, non permetterà che lo colpiscano ancora. Il Delegato Zero, lo sa in anticipo quando glielo raccomanda, anche se non serve: “Questo compagno bisogna proteggerlo perché rappresenta molto qui nella Valle di Tehuacán e forse lui non lo sa, ma rappresenta anche molto nella lotta che stiamo portando avanti in tutto il paese“, e ne approfitta per condannare: “Non aspetteremo che gli succeda qualcosa per elevare la nostra voce e per avvertire il governo statale, il governo federale ed i potenti che non è solo. Che tutto il movimento nazionale dell’Altra Campagna sta con questo compagno“.

Non passeranno di nuovo sopra l’indignazione e la rabbia di Altepexi. I moderni metodi di sfruttamento del sistema capitalista, che non distano molto dallo schiavitú, ed i potenti che li impongono, non saranno più tollerati. I lavoratori di Altepexi lo hanno detto chiaro: “Mario Marín, vogliamo da te che tu faccia valere lo stato di diritto di cui tanto parli, che tu faccia valere la legge del lavoro. Sei il cagnolino degli impresari. Vogliamo che tu sappia che noi di Altepexi e tutti i lavoratori del Messico ti ripudiamo“, ha dichiarato Alejandro Gregorio, esprimendo il sentire dei suoi altri 727 compagni della maquiladora Tarrant, di Kamel Nacif, un altro tra le centinaia di esempi di disprezzo della dignità operaia.

Se i jeans parlassero

Dopo aver ascoltato per tutto il giorno decine di storie come queste, il Subcomandante Marcos, lancia nella piazza di Altepexi una domanda: che cosa succederebbe se le merci che compriamo ci raccontassero ciò che c’è dietro la loro produzione? “Perché nei pantaloni non c’è scritta la storia di sfruttamento che ci hanno raccontato le compagne ed i compagni. Non ci sono le giornate lavorative… e quella storia la sappiamo già... cento anni fa erano così le giornate lavorative: di 12, 14 e perfino di 16 ore… come ci avete spiegato… non c’è l’umiliazione che subite da parte dei capisquadra o dei direttori o dei caporali, come si chiamavano cento anni fa… lo sfruttamento del quale siete vittime dopo queste giornate lavorative per le quali ricevete solo una piccola quantità di denaro. Immaginatevi che ogni merce che compriamo potesse raccontare la storia di sfruttamento, di sofferenza e di umiliazione del lavoratore che l’ha prodotta“.

Il Sup ha poi risposto alla propria domanda: “Allora ogni merce che consumiamo si convertirebbe come in un agitatore che continuerebbe a raccontare alla gente in ogni momento che questo paese non vive nella giustizia, che in questo paese le cose non vanno bene“.

Però no. Né Levi´s, né Tommy Hilfigger, né Ralph Lauren, né Wrangler, né Calvin Klein, né Armani, né il JC Penney, hanno la vocazione di agitatori sociali. Non raccontano mai le storie che stanno dietro a quei grandi imperi. Ma queste storie hanno già un spazio, hanno già una voce ed anche molte orecchie pronte ad ascoltarle: L’Altra Campagna.

Quello che importa è che queste storie si dicano e si parlino. Aprire l’udito al compagno, conoscere la sua storia, imparare a dire quel noi, sapere che siamo compagni di lotta“, spiega il Sup. “Ed allora prosegue questa parte di imparare a relazionarsi. Allora forse torniamo ad affrontare la solitudine del nostro tavolo, della nostra casa, del nostro lavoro, del nostro campo, della nostra montagna, sempre peggio però in un altro modo, sapendo che questa solitudine sta incominciando a sgretolarsi, come si sgretolano le cose da sole per non tornare più a risorgere, come succede in basso“.

E allora, che arrivi il tempo in cui la valle di Tehuacán torni ad essere pulita e luminosa di sorrisi. Un tempo nel quale non esistano più in questo paese lo sfruttamento e la miseria. Il tempo che qui ed ora si sta costruendo.

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