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Ex braceros e zapatisti uniti per abbattere il sistema che li disprezza

Lavoro da schiavi: la storia dell'emigrazione dei messicani negli USA


di Bertha Rodríguez Santos
Otro Periodismo con l'Altra Campagna da Tlaxcala

21 febbraio 2006

Zacatelco, Tlaxcala.- Come vecchi lavoratori della terra, guardiani della conoscenza che li rende parte di quell’altro Messico impegnato a difendere la propria terra ed il proprio territorio, più di mille ex braceros hanno oggi aderito pubblicamente a L’Altra Campagna guidata dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), mentre il Subcomandante Insorto Marcos ha espresso l’affetto, il rispetto ed il sostegno degli indigeni zapatisti per questa lotta.


Il portavoce zapatista riceve il pane durante la riunione con i Braceros.
Foto: D.R. 2006 Sarahy Flores e Roberto Chankin Ortega Pérez

Durante l’incontro con i membri dell’Assemblea Nazionale dei Braceros (ANB) che si è svolto nella spianata della vecchia discoteca “El Dorado”, Marcos ha affermato che gli zapatisti uniranno la loro lotta a quella del movimento degli ex braceros che dalla fine degli anni ‘90 cercano di ottenere la restituzione di un fondo di risparmio creato dai governi di Manuel Ávila Camacho e Franklin D. Roosevelt, come parte del Programma Bracero, che dal 1942 al 1966 permise l’assunzione a contratto di circa 104 mila lavoratori messicani, con oltre 5 milioni di contratti nel lavoro nei campi e alla costruzione delle ferrovie negli Stati Uniti.

Provati dal peso degli anni, gli ex braceros, la maggioranza tra i 60 e 90, hanno occupato le sedie della spianata dove più tardi si sarebbe presentato il Subcomandante Marcos. C’erano anche le vedove degli ex braceros ed i loro figli. Molti sono arrivati dall’interno di Tlaxcala ma hanno assistito anche delegati dello Stato del Messico, Distretto Federale, Hidalgo, Querétaro, San Luis Potosí, Zacatecas, Puebla, Oaxaca, Veracruz, Guerrero, Aguascalientes, Jalisco e Morelos, stati che formano l’Assemblea Nazionale dei Braceros (ANB).

Sacrifici, umiliazioni e sfruttamento costellano la vita di questi uomini che conservano ancora la speranza di sopravvivere coltivando le proprie terre, facendo piccolo commercio o con la pensione di qualche famigliare.

Gerardo Vásquez Herrerías, originario di San Cosme Xalostoc, Tlaxcala, racconta come a 18 anni si vide obbligato ad entrare nel Programma Braceros. Il paese intero, racconta l’anziano, attraversava una forte crisi economica. La povertà si palpava in tutti gli angoli dopo gli anni funesti che seguirono alla Rivoluzione Messicana, come lo racconta Mauricio Ocampo Campos nella sua tesi “Forma di Organizzazione Sociopolitica del Movimento Ex Bracero a Tlaxcala”. Nel frattempo, gli Stati Uniti affrontavano una crisi economica ancora maggiore perché era iniziata la Seconda Guerra Mondiale ed il paese aveva bisogno di manodopera a basso costo per sostenere la sua economia.

La costruzione delle linee ferroviarie necessarie per trasportare la produzione statunitense così come altre attività dell’industria ferroviaria fu uno dei principali lavori dei braceros di allora. I campi di cotone e dei vegetali crescevano grazie alle mani dei contadini messicani.

A 63 anni, Vásquez Herrerías ricorda quanto era difficile la vita nei campi. “Nel 1965 in tutto il paese ci fu una forte gelata, non c’era niente da mangiare, non c’era lavoro. Mancava tutto. Prima, si produceva mais ma il lavoro si faceva con i buoi o a mano. Le nostre famiglie vivevano in case di legno o paglia con il pavimento di terra. Noi non avevamo tavolo e mangiavamo in terra”.

Racconta che lui era il sesto di dieci figli, per cui si sentiva obbligato a cercare un modo di aiutare a sopravvivere la sua famiglia.

Nelle mani del contadino ci sono ancora i segni del duro lavoro che gli toccò svolgere nei campi di cotone di Texas ed Arizona. Dice che non avendo esperienza nel manipolare i boccioli di cotone, molti braccianti si tagliavano irrigando con il proprio sangue i solchi nel terreno.

“Abbiamo sofferto molto”, dice e poi aggiunge che la paga che riceveva la maggioranza dei lavoratori era di 13 centesimi di dollaro per ogni libbra di cotone.

Le testimonianze degli ex braceros raccontano del lavoro in California e Arkansas, “sul fiume Mississipi”, come ricorda Francisco Flores Muñoz, di 75 anni, originario di San Felipe Cuauhtenco, e su quasi tutte le terre del sud degli Stati Uniti.

Quasi tutti i braceros hanno conosciuto l’umiliazioni fin dal momento di salire sui treni che li avrebbero portati nei posti di lavoro a loro destinati. Tutti erano perquisiti fisicamente e subivano una specie di “disinfezione” da eventuali malattie. Hanno subito un trattamento “inumano”, segnala Felipe Monroy Sandoval, figlio di un ex bracero e consulente della delegazione dello stato di Guerrero.

Monroy afferma che molte delle condizioni stabilite nei contratti furono ignorate dai padroni poiché questi documenti stabilivano che ai lavoratori messicani sarebbe stato loro concesso lo stesso status dei lavoratori nordamericani, non c’erano abitazioni dignitose, c’era molta discriminazione. “Molti posti di lavoro erano come campi di concentramento dove le giornate di lavoro erano di 12 ore minimo. Quando era necessario li facevano lavorare anche di notte”.

Gli zapatisti conoscono questa storia e vi si rispecchiano. Marcos ha affermato che gli indigeni comprendono il dolore ed il sacrificio degli uomini e delle donne che formano il movimento degli ex braceros. Nei suoi incontri per gli otto stati del paese attraversati con L’Altra Campagna si sono imbattuti “in anziani che ci dicono: ci trattano come se fossimo un mobile che non serve più, come che fossimo di disturbo. Non siamo nati vecchi, noi abbiamo lavorato molto ed ora ci vogliono mettere da parte, ci vogliono uccidere”.

“Noi vi capiamo, a noi indigeni succede la stessa cosa e proviamo indignazione e rabbia”.

Ha rimarcato come gli ex braceros dovettero andare a lavorare in condizioni di pericolo perché si viveva in mezzo ad una guerra mondiale. “Che cosa sarebbe successo se le bombe fossero cadute sui campi? Chi sarebbe morto e chi sarebbe rimasto invalido? I lavoratori messicani”.

Anche loro hanno subito, ha aggiunto Marcos, il maltrattamento razzista dei capi “per il nostro colore e la nostra lingua”.

Ora il governo tratta gli ex braceros come “mendicanti”. E’ che “al governo non sta bene. I vecchi sono come gli indios: servono solo per fare delle cosette o chiedere l’elemosina”.

Ha aggiunto che il governo non lo capisce perché sta in alto, se stesse in basso, capirebbe il dolore e la dignità. Quelli che hanno il potere dicono: “aspetterò che tu muoia, che gli indigeni muoiano, che ci pentiamo del colore che abbiamo, della lingua che parliamo”.

Ha definito un’elemosina i 38 mila pesos a persona che offre la legge approvata cinque mesi fa dai legislatori e che crea il Fideicomiso di Appoggio agli Ex Braceros che hanno Prestato Servizio negli Stati Uniti dal 1942 al 1966.

Secondo i calcoli degli ex braceros, avrebbero diritto a circa 180 mila pesos per ogni contratto, compresi gli interessi accumulati in questi anni, che a loro giudizio sono stati un “riconoscimento” in denaro da parte delle banche incaricate di trasferire i soldi.

Secondo le informazioni fornite durante l’incontro col rappresentante zapatista, “il denaro che ci hanno detratto allora, fu depositato alla banca Wells Fargo, che fece un bonifico alla Banca Nazionale del Messico (Banamex); a sua volta questa lo trasferì alla Banca di Credito Agricolo che si è goduta il denaro per 36 anni fino a che nel 1975 lo ha trasferito alla Banca Nazionale Rurale (Banrural) che non esiste più. Questo è ingiusto”.

Con tono serio ed a momenti visibilmente emozionati, i contadini hanno affermato che “la parola non muore benché il silenzio accompagni i nostri passi. Questa lotta la proseguiranno i nostri figli e chi solidarizza con la nostra protesta, che è giusta”.

Dopo avere letto con grande difficoltà un documento, l’indigeno mixteco Aureleano Santiago Naranjo, proveniente da Juxtlahuaca, Oaxaca, con gli occhi pieni di lacrime ha chiesto al Subcomandante Marcos che le domande dei braceros siano incluse nel programma di lotta dell’EZLN.

Diversi ex braceros hanno raccontato come i loro rappresentanti si siano rivolti ai diversi enti del governo, dalla Camera dei Deputati, al Potere Esecutivo rappresentato dal presidente Vicente Fox e perfino alla Corte Suprema di Giustizia della Nazione. Davanti a quest’ultima, lo scorso 17 gennaio, l’ANB ha presentato un’interpellanza in cui si chiede agli enti federali, come la Segreteria di Governo, la Segreteria del Lavoro e della Previdenza Sociale (STyPS), la Segreteria degli Esteri (SRE) e Banrural, di rendere conto della destinazione del fondo di risparmio degli ex braceros. Tuttavia, fino ad oggi “i diversi enti si ribalzano la palla”; per questo, i contadini hanno chiesto all’EZLN di fare propria la loro petizione affinché “venga restituito il frutto del lavoro” realizzato da migliaia di messicani.

Da parte loro, gli zapatisti, come ha detto il Delegato Zero, hanno adottato questa lotta e continueranno il loro viaggio nel paese per unirsi alle lotte dei popoli indios, degli operai, dei contadini, di uomini, donne, giovani, bambini, immigranti, e “altri anziani che dicono che non è giusto essere trattati come spazzatura”.

“Vogliamo far nascere una ribellione nazionale, senza armi. Con un movimento di tutti, affinché se ne vadano via quelli del governo”. Anche Marcos ha fatto riferimento alla necessità di farla finita con un sistema che ci disprezza e con le menzogne dei partiti politici che a volte si dipingono di verde, bianco e rosso; a volte di azzurro ed altre di giallo e nero.

All’inizio del suo intervento Marcos ha detto che per gli zapatisti, la gente che vale di più sono gli anziani. Di fatto, ha spiegato che nell’EZLN quelli che comandano sono gli uomini e le donne anziani. “Noi li ascoltiamo con attenzione perché la loro conoscenza è maggiore. Noi non pensiamo che la gente valga per i suoi studi, perché parli bene o perché si dia un gran da fare. Noi guardiamo il suo cuore semplice, la sua parola, il suo lavoro”.

Durante il suo intervento Marcos ha ricevuto dimostrazioni di stima da parte di molti dei presenti, come una donna che improvvisamente si è presentata per offrirgli alcuni tlacoyos – non per niente si trova nella terra della tortilla di mais, da dove deriva la parola Tlaxcala, in lingua nahua – ed una tlaxcalteca che gli ha offerto il pane della festa.

Alla fine, il Delegato Zero ha proposto agli ex braceros di partecipare alla grande mobilitazione che realizzeranno i lavoratori di tutto il paese il prossimo Primo di Maggio per commemorare il Giorno del Lavoro a Città del Messico, “per vedere se non gli verrà un po’ di vergogna a vederci insieme e a sentire la nostra voce di giustizia”.

L’altra proposta è che gli ex braceros si avvicinino agli attuali lavoratori emigrati negli Stati Uniti che parteciperanno alle riunioni che si terranno nelle città confinanti di Tijuana e Ciudad Juárez nel mese di giugno. L’EZ si è impegnato, attraverso Marcos, ad appoggiare per quanto riguarda il trasporto, sette rappresentanti degli ex braceros affinché i messicani e le messicane che vivono dall’altro lato della frontiera “conoscano la loro lotta contro l’ingiustizia e li appoggino”.

Dopo avere formato i cordoni umani per permettere il passaggio del Sup Marcos, i presenti hanno gridato: “Siamo braceros. Non siamo mendicanti”, “Governo ladro, restituiscici i soldi”.

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