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Narco News Issue #40

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“Riprendiamoci quello che ci appartiene!”: Marcos lancia L’Altro Messaggio del Primo Maggio

Il Subcomandante Zapatista ribadisce ce i lavoratori hanno il diritto di espropriare i mezzi di produzione


di Al Giordano
Otro Periodismo con L’Altra Campagna a Città del Messico

30 aprile 2006

Città del Messico, 29 aprile 2006. Come in altri paesi, il movimento sindacale in Messico è stato venduto da leader corrotti, represso da uno stato violento ed occupato da riformatori che hanno ridotto il lavoratore a lottare per le briciole, o a difendere queste briciole che cadono dalla tavola del padrone. A Città del Messico, sabato, 29 aprile, il Subcomandante Marcos ha esortato lavoratori e leader sindacali a lasciare perdere le briciole, rovesciare questa tavola e ricominciare di nuovo.

Nella sede sindacale del Sindacato Nazionale dei Lavoratori di Uniroyal, Marcos ha parlato – ed ascoltato, uno ad uno, più di cento di loro – ad oltre un migliaio di minatori, lavoratori dell’industria di imbottigliamento, dei pneumatici, impiegati municipali, statali e federali e molti altri arrivati nella capitale dal sud-est messicano, da Tijuana e da molte altre province e città. Qui, alla Primo Incontro Nazionale dei Lavoratori, hanno discusso come ricostruire il movimento dei lavoratori dal basso in una forza anticapitalista. “La lotta contro il mercato e per un salario equo è fondamentale, ma non abbastanza”, ha detto il portavoce zapatista. “Vi chiediamo, rispettosamente, di decidere di lottare con noi per distruggere i capitalisti e riprenderci, ora, i mezzi di produzione”.

Non sono parole vuote quelle che vengono dal capo militare dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che ha guidato l’insurrezione del 1994 che ha recuperato – ed ancora oggi detiene – centinaio di piantagioni che ora sono di proprietà collettiva dei contadini che lavorano la terra. I ribelli indigeni del Chiapas cacciarono i padroni ed i loro capoccia non solo dalle fattorie, ma da tutti gli aspetti della vita quotidiana. Ripresero le poche scuole e cliniche che punteggiavano le loro regioni ed in dodici anni anno costruito – senza accettare un pesos da nessuna agenzia statale – la loro istruzione e sistema sanitario, insieme ai loro governi locali, senza partiti politici o funzionari pagati, un compito che dodici anni sembrava impossibili e che ancora sembra impossibile secondo le notizie diffuse dai media commerciali.

Il suo messaggio alla riunione con i lavoratori di sabato, arriva al nocciolo dell’Altra Campagna zapatista. Al centro dell’imminente esplosione scocca la scintilla dello zapatismo urbano, dai lavoratori dell’industria a tutti gli altri, per unire la loro sofferenza con quella dei contadini e coltivatori indigeni per costruire una “ribellione nazionale civile e pacifica per farla finita con il sistema capitalista”.

Le parole del Delegato Zero arrivano due giorni prima del “Grande Boicottaggio Americano” da parte di messicani ed altri immigrati che sorprenderanno il mondo, in particolare la mentalità convenzionale a nord del confine degli Stati Uniti. È quanto di più vicino ad uno sciopero generale che da molti decenni non si vede negli Stati Uniti. E mentre in milioni lunedì sfileranno in corteo e boicotteranno lavoro e scuola nel nord, questi lavoratori, e tutti gli altri settori dell’Altra Campagna zapatista si concentreranno a mezzogiorno davanti ai cancelli dell’Ambasciata Americana a Città del Messico – in solidarietà con i messicani e gli altri oltre confine – e poi sfilare in un Altro Primo Maggio e raggiungere il Palazzo Nazionale.

Pubblico Ministero del basso

In una terra – il Messico – dove la gente vede che la criminalità organizzata, legislatori corri e mega-milionari prendono con impunità quello che vogliono, quando vogliono, da tutti coloro che meno hanno, non c’è nessuna illusione che un cosiddetto “stato di diritto” o “sistema giudiziario” possa riparare ai torti. Sabato, Marcos ha lanciato un atto d’accusa al capitalismo ed i suoi governi, chiedendo alla giuria – sabato erano i lavoratori urbani – di emettere la sentenza di morte: “L’espropriazione dei mezzi di produzione” così che, come avviene nei territori zapatisti oggi in Chiapas, chi lavora goda i frutti del proprio lavoro e ne ricavi il giusto guadagno.

Riferendo i risultati delle ricerche eseguite dal Centro di Analisi Multi-disciplinare dell’Università Autonoma Nazionale del Messico (UNAM), il Subcomandante-accusatore ha fatto riferimento al “paniere” base necessario a soddisfare i bisogni settimanali di una famiglia riguardo a cibo, trasporti, energia ed acqua. Ha spiegato come, oggi nel 2006, una persona deve lavorare 47 e 47 minuti la settimana guadagnare i 288 pesos (circa 30 dollari) necessari a pagare queste spese – escludendo le ore di lavoro necessarie per pagare affitto, medicine, cure sanitarie, istruzione, abbigliamento, scarpe o qualsiasi altra cosa necessiti la famiglia.

Marcos ha confrontato lo sbalorditivo costo della vita attuale con quello del 1987 quando il paniere base costava sei pesos e 86 centesimi (circa sette dollari) la settimana. Il pubblico ministero mascherato ha argomentato che, diciannove anni fa, “il salario minimo copriva il 94% del paniere base ed oggi copre solamente il 16%. Sono necessari più di cinque salari minimi per poter vivere decentemente. E questo a patto che non si debbano pagare l’affitto, che nessuno si ammali, che non sia necessario comprare vestiti o scarpe, e che il lavoratore non abbia nessun bisogno di divertirsi o acculturarsi”.

Come in altre parti del Messico da quando è iniziato questo giro di sei mesi il 1 gennaio, la presenza del Delegato Zero mostra la testimonianza spontanea delle vittime dirette del crimine commesso contro la maggior parte di umanità: un crimine che lui chiama capitalismo. (Durante il suo discorso di quindici minuti Marcos ha usato le parole, “capitalismo,” “sistema capitalista” ed altre varianti della parola capitalista 36 volte, provocando sicuramente mal di testa agli addetti dei media commerciali ai quali è proibito usare questa parola).

Uno degli oratori venuti a parlare a Marcos ed ai lavoratori qui riuniti, è Javier Cortés, un imbottigliatore di bibita per la società Bonafant, in Querétaro, che sabato ha testimoniato che un lavoratore nella sua fabbrica guadagna 83 pesos (circa otto dollari) al giorno, lavorando dalle 8 del mattino fino a “non si sa”. Il lavoratore guadagna meno di un dollaro l’ora. La fabbrica, ha segnalato Cortés, produce 6000 bottiglie di bibite l’ora ed ogni lavoratore produce “256 pesos di prodotto” per ogni turno. “Il padrone ne trae un profitto di due pesos per bottiglia”. Cosa che fa una grande differenza essere della classe padronale in confronto ad essendo della classe operaia!”

Quello che Marcos ha portato è riuscito a portare a termine nei primi quattro mesi dell’Altra Campagna zapatista è collegare gli anelli nella catena dello sfruttamento: ha ascoltato e dato voce nazionale ed internazionale, alle storie dei contadini e dei lavoratori nelle raffinerie di zucchero che forniscono le fabbriche di bibite, dei coltivatori ed allevatori la cui acqua viene rubata per produrre le bibite, degli autisti che consegnano il prodotto, dei venditori ambulanti che lo vendono, e dei consumatori che, spegnendo la sete in un caldo giorno, vedono i loro soldi faticosamente guadagnati andare ai padroni della compagnia. “Abbiamo ormai visto dappertutto molta sofferenza e dolore ed abbiamo trovato molti cuori ribelli pronti a ribellarsi contro l’oppressione, contro il sistema capitalista”, ha detto.

Il discorso della falce e martello

“Noi, uomini e donne zapatisti, abbiamo spiegato come vediamo il mondo”, ha detto Marcos con riferimento Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, che ha lanciato, l’anno scorso, questa Altra Campagna. “Abbiamo detto che nel capitalismo, ci sono quelli che hanno e quelli che non hanno. Ci sono quelli che danno ordini, e quelli che obbediscono. Ci sono quelli che hanno banche, fabbriche, grandi società, terre, soldi, e ci sono quelli che non hanno altro che la loro capacità di lavorare. Insomma, ci sono quelli che possiedono e ci siamo noi, uomini e donne spossessati, che non hanno niente. Noi abbiamo spiegato poi che quelli che hanno i soldi ed i beni li hanno perché li hanno rubati, saccheggiati, li hanno portati via ad altri”.

“Il ricco e potente è tale perché ha portato via la ricchezza ad altri”, ha proseguito Marcos, “perché loro sfruttano quelli che lavorano nelle città, nelle campagne, nelle montagne, sui fiumi, sotto terra, in mare. Noi vediamo anche che il capitalismo trasforma tutto in merce ed organizza la società solo per produrre merce da comprare e vendere. Dunque, noi, uomini e donne zapatisti, riteniamo che il colpevole del nostro dolore e della nostra disgrazia sia il sistema capitalista. Riteniamo che il capitalismo sia il nemico e che noi non potremo vivere in pace e dignità fino a che questo sistema e tutto quanto lo sostiene non siano distrutti”.

Anche se parlava a lavoratori dell’industria, Marcos ha rivolto un atto d’accusa al capitalismo riferito all’ambiente, dal punto di vista dell’indigeno rurale che lui rappresenta:

“Noi abbiamo visto che questo sistema capitalista si prende la terra, l’acqua, la foresta l’aria, la montagna, i fiumi, i mari per trasformarli in prodotto. Abbiamo visto che questo sistema vuole annichilirci come popoli indios perché noi, uomini e donne, siamo i guardiani della terra e noi non siamo d’accordo con il modo dei capitalisti di voler trasformare tutto in merce, perfino la nostra storia. E noi vediamo che per l’affanno di avere molti soldi, i capitalisti distruggono la nostra natura, la uccidono, e vediamo che se la terra che noi preserviamo muore, moriremo anche noi”.

Nel discorso ai lavoratori, Marcos si è incentrato sul “nucleo” del capitalismo; “la sua parte più capitalista… la produzione di merce”. Ha sottolineato che dove ci sono donne e uomini che lavorano, “la merce non ha bisogno solo di essere prodotta. Ha bisogno anche di quelli che la portano e la trasportano, di quelli che la vendono e di quelli che la accumulano”. Condividendo le sue osservazioni basate su quattro mesi di ascolto di testimonianze, Marcos ha concluso che “la maggioranza delle persone vive tra sofferenza e tristezza”.

“La parte più importante per i capitalisti”, ha detto, coinvolge i lavoratori industriali. “Sono loro che possono colpire il capitalista dove lui incide maggiormente e che può cacciarlo una volta per tutte perché, se non sarà così, lui ritornerà a colpire.”.

La controversia sui cortei del Primo Maggio

Ogni primo maggio, in Messico come nella maggior parte del mondo, i lavoratori sfilano per le strade. Infatti, il Primo Maggio è la festa più famosa sulla terra, attraversa i confini della religione, della lingua e del tempo come nessun altro giorno del calendario. È celebrato dappertutto eccetto che nel paese dove è nato ed è stato consacrato come il giorno dei lavoratori: gli Stati Uniti d’America (Il Primo Maggio come giornata dei lavoratori è nato da un massacro di lavoratori a Chicago). Qui, dove le “ unions“, i sindacati da tempo svenduti hanno accettato di cambiare la Giornata dei Lavoratori dal primo maggio ad un Giorno del Lavoro in settembre.

I sindacati del nord stanno ancora facendo di tutto per rafforzare l’amnesia imposta. Perfino il Sindacato Internazionale degli Addetti ai Servizi (SEIU), con tantissimi iscritti messicano-americani, si è unito ad altri pilastri della Chiesa e dello Stato nel dissociarsi dal movimento dei diritti degli immigrati e dal Grande Boicottaggio Americano che si svolgerà lunedì dalla California a New York. Gli Stati Uniti lunedì faranno il loro primo assaggio di uno sciopero generale dopo moltissimo tempo, e saranno i messicani ed i messicano-americani che riporteranno Il nord all’autenticità.

A sud del confine, la battaglia perenne tra alto e basso si gioca anche il primo maggio. I sindacati istituzionali sfileranno il mattino presto davanti al Palazzo Nazionale nella piazza dello Zócalo. Per la prima volta dopo anni saranno raggiunti dai liberali del movimento; quei sindacati e leader sindacali che storicamente dissentono, a diversi livelli, dagli istituzionalisti. Il loro corteo si svolgerà in un clima surriscaldato dalla tragedia del crollo della miniera di Pasta de Conchos, in Coahuila (totale dei morti: 65) e dalla recente violenza statale contro i lavoratori delle miniere e delle acciaierie in Michoacan che hanno occupato un’acciaieria (vedere l’articolo di John Ross, “A 100 anni dalla nascita del Movimento Messicano dei Lavoratori, il sangue dei minatori bagna ancora la nazione“ Narco News, 28 aprile). Si è aspettato di essere, Secondo il quotidiano La Jornada, il Primo Maggio “ci si aspetta la più grande mobilitazione” degli ultimi dieci anni, “senza precedenti”.

Ma L’Altra Campagna zapatista sfilerà ad un ritmo diverso e lungo un percorso differente: partendo dall’Ambasciata degli Stati Uniti raggiungerà lo Zócalo ma ore dopo che i capi dei sindacati se ne saranno andati.

Durante L’Incontro Nazionale dei Lavoratori di sabato, molti oratori hanno toccato il conflitto in atto dei minatori a Lázaro Cárdenas, Michoacan, una città portuale che prende il nome dal Presidente messicano che nazionalizzò l’industria del petrolio. Senza dubbio, si può intravedere un’ispirazione – a riprova del discorso di Marcos sulla possibilità di espropriare le fabbriche – nel fatto che 500 minatori e lavoratori delle acciaierie hanno respinto 800 poliziotti anti sommossa ed armati per riprendersi il controllo dell’acciaieria di Sicartsa. La loro richiesta, tuttavia non è la proprietà da parte dei lavoratori dei mezzi di produzione, o riferita direttamente alle condizioni di lavoro e di salario.

Lo sciopero dei lavoratori vuole risolvere un conflitto più stretto: si oppone all’imposizione da parte del governo federale di un leader sindacale equivoco, Napoleon Gómez Urrutia, ripetutamente definito “charro” durante l’incontro dei lavoratori di sabato. (Una traduzione sciolta di “charro” sarebbe “cowboy”, un aiutante nella fattoria che diventa la persona di fiducia del proprietario del ranch contro gli interessi degli altri lavoratori del ranch). I quotidiani messicani ed i notiziari TV sono stracolmi delle immagini violente del combattimento tra polizia e lavoratori in quell’acciaieria. Ed alla miscela esplosiva si aggiunge il fatto che il nipote dell’eroe messicano da cui la città prende il nome, oggi governatore di Michoacan, Lázaro Cárdenas Batel, de Partito della Rivoluzione Democratica di “centro-sinistra” (PRD), è sulla graticola in quanto è stato uno dei suoi ufficiali di polizia, catturato dalla macchina fotografica, a dare l’ordine alla polizia di sparare sui lavoratori. Ne sono conseguiti due morti, e dozzine di feriti.

María Luisa Martínez Sánchez, vedova di uno dei 65 minatori morti a Coahuila – la tragedia che ha scatenato il conflitto in Michoacán ed il corteo del Primo Maggio – era seduta a fianco di Marcos sul palco della sede sindacale quando un lavoratore ha denunciato i leader “charro” di usare i minatori ed i lavoratori dell’acciaieria come “carne da cannone” in una disputa di potere tra individui.

Ma anche lo spettro della violenza statale e della morte – e lo spettacolo dei media che si diffonde da Coahuila a Michoacán ed il corteo dei lavoratori di lunedì in Messico – è stato oscurato da un singolo concetto durante l’incontro dei lavoratori di sabato: quello dell’espropriazione dei posti di lavoro. Uno per volta, i lavoratori hanno preso il microfono ed hanno risposto alla domanda di Marcos: Sì, vogliamo riprendere i mezzi di produzione. Ed ogni volta che il subcomandante zapatista menzionava l’esproprio, i suoi commenti erano accolti con grida di “Duro! Duro!” (“Più forte! Più forte!”).

L’ultimo oratore dell’incontro è stato uno studente del Liceo Prepa 2 di Città del Messico, Antonio Escalante, che ha parlato della necessità – oltre a riprendere i mezzi di produzione – di riprendersi i mezzi di comunicazione: i media, e le loro installazioni. “E vai! “ risponde il vostro corrispondente. Ci vediamo per le strade lunedì.

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