<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
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Narco News Issue #40

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Da nord a sud e da est ad ovest, l’altra campagna con una marcia nazionale ha richiesto giustizia e libertà

Più di 10mila persone hanno percorso le strade di fronte al potere dell’impero statunitense ed a quello finanziario di banche e borse valori


di Juan Trujillo
L’Altro giornalismo con l’Altra Campagna in Città del Messico

31 maggio 2006

Città del Messico, Messico, 28 maggio 2006 - Come un arcobaleno di più di sette colori, la marcia dell’Altra Campagna e di simpatizzanti in solidarietà con gli/le 27 ancora carcerati/e a causa dell’operativo militare di controinsurrzione in San Salvador Atenco che questa mattina e questo pomeriggio ha percorso il centro della città, è riuscito a convocare circa 10mila persone. Come ha segnalato la scomparsa comandante Ramona nel Caracol de La Garrucha il 16 settembre scorso – durante l’assemblea plenaria della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e in preparazione dell’Altra Campagna -, da questa marcia emana l’essenza multicolore dell’ultimo tessuto dell’indigena ribelle consegnata al subcomandante Insurgente Marcos ed a questo nuovo movimento nazionale. Una diversità umana che unisce e rispetta ogni tessitura, sapore, odore, essenza. Un bel pezzo di tessuto che ora è ritornato e si è trasfigurato nei visi, negli sguardi, negli striscioni, nei tamburi e nei suoni dei differenti gruppi, collettivi ed organizzazioni che hanno camminato insieme per esigere giustizia e libertà.

Questa metafora multicolore non si è vista solo in questa marcia, ma si è sentita nell’evento svoltosi oggi anche nella voce della giovane Italia Méndez, in carcere fino a pochi giorni fa, che ha dichiarato: “Oggi, fratelli e sorelle le nostre forze si alzano, unite nei colori e nelle idee, irradiando indignazione per la brutalità dello Stato, per l’ingiustizia, per la merda che scaricano contro tutti gli sforzi libertari ed autonomi”.

Dopo le 10 e 30, dall’Ángel de la Independencia nel viale Reforma nei corpi dei partecipanti, aderenti e simpatizzanti dell’Altra Campagna, hanno incominciato a scorrere l’adrenalina con lo sciogliersi delle loro corde vocali. I presenti che non necessariamente sono aderenti del movimento con a capo la Commissione Sesta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), si sono uniti anche alla solidarietà col Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (FPDT), con le donne violate, con i morti ed i carcerati, questi ultimi ancora nella prigione di Santiaguito. I manifestanti: donne, uomini, bambini, anziani, famiglie.

Loro che danno forma al tessuto della comandante Ramona sono nel loro mondo della vita: indigeni, contadini, operai, artigiani, scienziati, studenti, intellettuali, cittadini, professionisti, cristiani impegnati, religiosi, artisti, casalinghe, lavoratori e lavoratrici sessuali, omosessuali, lesbiche, trans… infine, gente semplice ed umile indignata per la repressione del 3 e 4 maggio. Da nord a sud e da est ad ovest, gente di tutta la geografia del Messico in resistenza, in marcia, in ribellione, una dimostrazione della politica e dell’azione del popolo.

L’arte ribelle, il nudo che parla, la gente che cammina…

I tamburi della ribellione dei giovani del collettivo Subversión Sonora suonano forte mentre passano di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti fortemente protetta da granaderos e poliziotti antisommossa. L’arte teatrale, con l’azione simbolica e sfidando le forme tradizionali di fare politica, è stata presente con un altro gruppo di giovani studenti che eseguivano una performance che ha ricreato, durante tutto il percorso, la repressione della Polizia Federale Preventiva contro le donne.

Dall’avanguardia fino alla retroguardia della marcia, il tessuto multicolore ha rappresentato l’indignazione di un Messico ridotto come partecipazione ma con una visibile organizzazione, che arriva alla Piazza della Costituzione di Città del Messico dove c’è stato un nutrito e lungo atto politico: membri del Congresso Nazionale Indigeno, UCEZ Operaia-il dott. Efren Capíz Villegas di Michoacán, la Casa dallo Studente Libertadores de América, vari collettivi punk e dark, diversi collettivi dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM), membri del Comitato degli Aspiranti all’Educazione, gruppi dell’Università Autonoma Metropolitana di Xochimilco, Azcapozalco ed Iztapalapa, Movimento Autonomo Zapatista, l’Unione di Donne Indigene e Contadine (del popolo otomi) di Querétaro, Movimento di Artigiani Indigeni Zapatisti di Oaxaca, Fronte Popolare Francisco Villa Indipendente del Distretto Federale, di Guelatao e di Iztapalapa. I poliziotti di questa capitale osservano tutto e qualcuno al passaggio della performance rimane visibilmente sconcertato. Alcune donne con coraggio e rabbia parlano ed informano i poliziotti degli stupri. Questi esseri umani rimangono immobili, ma non insensibili e più di uno ha lo sguardo commosso.

L’orologio segnava le 12 e 30 ed il corteo manteneva la sua costante pacifica e procedeva senza contrattempi. Il grido “Zapata Vive, la lucha sigue” aveva un’enfasi peculiare nelle voci delle donne. Durante la marcia, questo reporter ha condiviso sguardi e parole con l’Unione Popolare Rivoluzionaria Emiliano Zapata, membri del Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione (SNTE), sezione 22, il Fronte Rivoluzionario di Hidalgo, collettivi di Veracruz, membri dell’Organización Xochitl Ijilalistzi, membri del Sindacato dell’Istituto Politecnico Nazionale, l’Unione Socialista per un Sistema di vita in Uguaglianza, comunisti, membri del Sindacato Messicano di Elettricisti.


Italia Méndez
Foto: D.R. 2006 Carlos Servín
Ore 13. Non non potevano mancare i nudi nello slargo del monumento a Diana Cacciatrice: con maschere del presidente Vicente Fox, queste donne mute esprimono con urla nude la loro indignazione mentre in sottofondo si sente: “Se Zapata vivesse, davvero gliele darebbe”; gli sguardi semplici, i visi in maggioranza scuri, in totale sincronia. Era come ascoltare il cuore che batte in basso, nella terra.

Il Palazzo delle Belle Arti si staglia a distanza e con lui, anche il Fronte Civico Pro Casino de la Selva di Morelos, il Laboratorio di Sviluppo Comunista, gli Oppositori alla diga di Parota del Guerriero ed il ritorno del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra di Atenco e tutti i paesi vicini con una nutrita comitiva di sette autobus; nel frattempo, le fotografie scattate da Jesús Villaseca ad Atenco catturano lo sguardo di centinaia manifestanti.

Lelenco è interminabile ma è necessario farlo, è necessario nominare l’innominabile che altri media negano, che i politici non vogliono ascoltare perché non è politicamente corretto rappresentarli laùà in alto, nelle piattaforme elettorali dei candidati alla presidenza: i collettivi dell’Altra Campagna di Zacatecas, Puebla, Tlaxcala; il Coordinamento dei Quartieri di Ecatepec dello Stato del Messico, la Commissione dell’Acqua del disgelo dei Vulcani (Popocatepétl ed Iztlazihuatl). In lontananza uno slogan produce risate e solidarietà: “Che vada a fannculo il presidente, bastardo e corrotto”.

Lo Zócalo della capitale: il ritorno dei machete di Atenco

I suoni del corteo ed i manifestanti entrano nella piazza principale della concentrazione del potere politico e religioso del paese. Musica e danze precolombiane ricreano l’ingresso di questo Messico-Tenochtitlan nella modernità. All’arrivo sullo spiazzo dello Zócalo, un anziano membro di un collettivo indipendente di Tlaxcala visibilmente stanco, curvo sul bastone, prosegue il suo cammino, e prosegue.


Foto: D.R. 2006 Nelly Salas
Nonostante le multiplici rivendicazioni presenti in questo spettro del tessuto umano, oggi tutti siamo Atenco, oggi tutte siamo stuprate, tutti siamo prigionieri/e. La solidarietà tra lotte affratella in una sola potente azione simbolica, si fa una sola voce…

Dagli altoparlanti risuonano i discorsi, tra i quali quello della giovane ex prigioniera politica Italia Méndez, la lettera inviata dalla latitante della “giustizia” América, figlia di Ignacio Del Valle dirigente del FPDT, la lettera inviata da Valentina Palma, studentessa cilena violata dalla polizia ed espulsa illegalmente, la lettera di Ángel Benhumea, padre di Alexis, in ospedale con la diagnosi di morte cerebrale. Da parte sua, il Delegato Zero-Subcomandante Marcos, ha parlato di un “nuovo ciclo di mobilitazioni ed azioni dell’altra campagna”.

Con precisione e forza, la voce di Trinidad Ramírez, moglie di Ignacio Del Valle, ha criticato la politica economica, educativa e sociale: “Vi chiediamo la vostra solidarietà col popolo di Atenco; lottate per un paese libero dall’oppressione. Dobbiamo fare un solo fronte perché la voce delle nostre domande si senta più forte; e trasformare questo dolore che sentiamo in forza, la rabbia in ribellione e trasformarla in coraggio per affrontare tutta quanta l’ingiustizia che viviamo giorno dopo giorno. Lo dico dal profondo del mio cuore, per le donne violate, oltraggiate, vessate”.


Il ritorno dei machetes
Foto: D.R. 2006 Carlos Servín
Oggi più che mai dobbiamo rafforzare l’unità tra noi, tra tutto il vero popolo con un solo obiettivo: lottare per il popolo che soffre, che piange e che a grida chiede giustizia. Esigiamo la libertà di tutti i nostri carcerati, che sono stati accusati di crimini gravi. Il ritiro dei mandati di cattura, la punizione delle bestie che hanno violentato, ammazzato e represso il popolo di Atenco, (...) che si puniscano Wilfrido Robledo, Enrique Peña Nieto e Vicente Fox, veri mandanti del massacro del nostro popolo. Vi faccio un appello a proseguire con le mobilitazioni”.

Una rappresentante del FPDT - non meglio identificata – ha spiegato dettagliatamente il contesto storico della sua organizzazione dalla lotta contro il megaprogetto aeroportuale nel 2001-2002, fino alla battaglia di Texcoco ed alla brutale repressione in Atenco del 3 e 4 maggio. Poi ha condannato le mistificazioni e le bugie dei tre ordini di governo: municipale, statale e federale. Ha dichiarato che la “dignità non ha prezzo ” ed ha riaffermato la continuità dell’organizzazione, invitando all’unità del popolo ed alla marcia del prossimo 2 giugno da San Salvador Atenco a Toluca per “esigere dal – governatore – Peña Nieto la libertà e la punizione dei responsabili della repressione del nostro popolo”. Ha detto che ora più che mai l’unità, l’appoggio e la solidarietà sono necessari ed ha fornito il conto bancario del FPDT, presso Bancomer a nome di Javier Ordoñez Flores, numero: 1411636715 per donazioni per i compagni incarcerati. Alla fine ha concluso che “Il FPDT ringrazia per l’appoggio solidale delle organizzazioni sorelle nazionali ed internazionali perché la loro capacità di mobilitazione ci ha rafforzato ed abbiamo spiegato chiramente l’assoluta incapacità del governo di dialogare per cui non lascia al popolo altra alternativa che l’unità e l’organizzazione per esigere la soluzione delle nostre giuste domande”.

Con voce ferma ha detto: “Al governo statale chiediamo:

  1. la liberazione totale ed immediata di tutti i prigionieri politici e tutte le prigioniere politiche, la cancellazione di tutti i processi contro i compagni liberati su cauzione
  2. ritiro dei mandati di cattura, prima di tutto contro la nostra compagna América Del Valle e gli altri compagni
  3. destituzione immediata dei comandi di polizia, di Wilfrido Robledo e punizione dei mandanti, giudizio politico per Fox e Peña Nieto.

Solidarietà ribelle: il messaggio dai quattro punti

Il sole primaverile riscaldava la piazza… Erano pure presenti i tre rappresentanti del coordinamenti regionali dell’Altra Campagna: zona centro, zona meridionale – sud-orientale e zona nord. In generale, hanno richiesto la libertà di tutti i prigionieri politici, hanno espresso la loro solidarietà ed hanno invitato a nuove mobilitazioni ed azioni politiche.

Una delle partecipanti ha invitato a partecipare nel Distretto Federale, il 17 ed il 18 giugno, al Primo Incontro Nazionale per la Liberazione di tutti i prigionieri e le prigioniere politiche del paese, per la presentazione in vita dei desaparecidos e per la cancellazione dei mandati di cattura contro gli attivisti sociali.


Evita Castañeda
Foto: D.R. 2006 Carlos Servín
In rappresentanza della zona centro dell’Altra Campagna, Evita Castañeda dell’Unione dei Comuneros Emiliano Zapata di Michoacán, ha offerto la sua solidarietà con i compagni di San Salvador Atenco ed ha richiesto la liberazione dei prigionieri politici e la punizione dei poliziotti che hanno violentato le donne. A questo proposito ha ricordato quello che diceva Efren Capiz Villegas: “Lo stato di diritto è quello di uno stato borghese per fregare i poveri e proteggere il borghese”. Ha inoltre precisato che fino a che “non si realizzeranno gli Accordi di San Andrés, quel giorno appariremo, terremo in considerazione gli indios, ma lo voglia o no il governo… sempre difenderemo gli indios”.

Il rappresentante dell’Altra Campagna del nord di Tijuana, ha criticato con forza la militarizzazione della frontiera nord da parte del governo degli Stati Uniti e la subordinazione del presidente Vicente Fox a quel paese. Ha ricordato anche la repressione e la crescente forza del narcotraffico in tutti gli stati del nord, ha denunciato l’intenzione statunitense di installare una serie di impianti di rigassificazione lungo le coste del Bassa California, che provocherebbe la distruzione dell’ambiente e della biodiversità, mentre tutto è occultato dai mezzi di comunicazione commerciali. Ha informato che i popoli indigeni del nord stanno subendo una “guerra di sterminio” e che li stanno ammazzando in molti modi che vanno dall’esproprio della terra, alla disoccupazione ed all’emigrazione. Ed ha espresso la sua solidarietà: “Atenco non è solo, il nord sta con lui! Vogliamo più politici in carcere e meno carcerati politici”.

Nel suo breve intervento il rappresentante della zona sud-sudorientale ha detto che “è compito dell’altra campagna la liberazione dei prigionieri politici” e ha riaffermato che “è un accordo fatto” sia la solidarietà con le altre lotte come quella di Atenco, sia la costruzione di un programma nazionale di lotta.

Le dignità ferite

Italia Méndez, che è stata detenuta nella prigione di Santiaguito, si è espressa con dignità e ribellione: “Tutti noi che sogniamo un mondo diverso, un mondo con equità, dignità, rispetto, collettività e libertà, siamo qui. Lo Stato, il potere, il sistema hanno scaricato su di noi, uomini e donne, tutta l’inutilità della loro esistenza”. Lo scopo dell’attacco della polizia ad Atenco per questa giovane donna è stato: “reprimere tutta la gente, tutti noi che siamo serviti d’appoggio, che siamo stati solidali, hanno cercato di distruggerci, di provocarci, di decimarci. Ci hanno picchiato, ci hanno torturato, ci hanno stuprato. Hanno cercato di seminare nei nostri cuori libertari: paura e disperazione. Hanno tentato di mandarci via e di far tacere le nostre voci ed i nostri cuori ribelli affinché la storia non se ne riempia, hanno voluto strapparci dagli occhi la ribellione perché non sognassimo mai più la libertà. Vogliono che smettiamo di sognare un nostro mondo equo per tutte e per tutti, vogliono che ci abituiamo alle loro bugie, alle loro elezioni ed ai loro stupidi candidati. Vogliono che ci accontentiamo delle loro telenovele e del loro calcio, che i nostri cuori muoiano consunti nel vuoto dell’apatia, del silenzio, dell’oblio e dell’uniformità. Vogliono che trascorriamo la nostra vita in modo vuoto, affinché la nostra storia sia vuota e vogliono riempire i popoli di oblio e paura. Vogliono che la storia si riempia di silenzio. Ma non ci sono riusciti e non ci riusciranno fratelli e sorelle! Perché nonostante tutto quello che abbiamo subito, i nostri cuori sono qui, fermi, pieni di rabbia, coraggio, ribellione ed amore; perché questa lotta è proprio perché nessuno soffra, perché la storia sia nostra, per tutti e per tutte allo stesso modo “.

La voce di Méndez si è spezzata un attimo, l’anima ferma ma ferita l’ha fatta proseguire: “Oggi i nostri compagni e compagne sono ancora prigionieri, oggi continuiamo ad essere sotto processo, ma stiamo qui e non ci fermeremo fino a che tutti siamo liberi! Punizione per tutti quelli che ci hanno picchiato, torturato, violato ed imprigionato… Esigiamo la libertà immediata ed assoluta di tutti e tutte i/le compagni/e. Prigionieri politici libertà!”.


Foto: D.R. 2006 Juan Manuel Gómez
E dalle celle della prigione di Santiaguito è arrivata la voce dei 27 detenuti, che ha fatto vibrare il cuore di tutti. In una lettera, hanno scritto al popolo del Messico ed ai popoli del mondo: “... grazie per il vostro appoggio: per favore compagni, non abbandonateci. Noi 27 che siamo qui, abbiamo deciso di proseguire con lo sciopero della fame, anche se i secondini e gli altri ci insultano”. Per dimostrare la loro innocenza e l’ingiustizia dell’arresto affermano che: “Non mangeremo nulla, così ci dovranno imboccare a forza come ha già fatto il direttore della prigione. E continueremo finché non risponderanno alle seguenti richieste:

1. dimissioni di Peña Nieto e dei comandi della polizia statale, municipale e PFP per le bugie che hanno divulgato contro di noi 2. che le autorità competenti riconoscano le violazioni, le torture fisiche e psicologiche inflitte a tutti noi, gli abusi commessi quando ci hanno arrestato 3. la liberazione di tutti e tutte le prigioniere politiche inclusi quelli della causa 95: María Patrizio Romero Hernandez, Raúl Romero Macias, Arturo Sánchez Romero, Ignacio Del Valle, Héctor Galinda Cochicoa e Felipe Álvarez Hernandez, perché sono innocenti”.

Hanno pure ribadito la loro solidarietà con gli stranieri espulsi dal paese ed hanno annunciato che “non ci fermeremo e, succeda quello che succeda, continueremo e se sarà necessario dare la nostra vita… non importa, dato che la nostra causa è giusta: chiediamo solo la libertà e la giustizia. Siamo innocenti noi che stiamo qui dentro… continueremo fino alla morte se è necessario, aspettando ciò che succederà”. E firmano così la lettera: “compagni delle celle 1, 2, 3, grazie per il vostro appoggio! Se non c’è libertà non ci sono elezioni!”.

In un’altra lettera letta a tutti, Ángel Benhumea, padre di Alexis studente della Facoltà di Economia dell’UNAM, ha dettagliatamente riferito il contesto dell’operativo in Atenco, definendolo un golpe premeditato contro il quale si è agito in difesa di legittimi diritti. Ha sottolineato il contesto repressivo dei differenti livelli del governo in Lázaro Cárdenas, Michoacán e l’ingiustizia contro i minatori in Pasta de Conchos, Coahuila. Ha affermato che esiste una guerra di bassa intensità nel paese, con un’evidente instaurazione del fascismo al governo e la manipolazione di mezzi di comunicazione. Ha ribadito che la risposta dell’Altra Campagna è l’azione teorica e la mobilitazione organizzata della classe lavoratrice e del popolo messicano. Ha chiesto la punizione dei colpevoli e dei mandanti del crimine perpetrato contro suo figlio Ollin Alexis Benhumea che è in coma irreversibile.

Con un discorso infuocato, penetrante e fermo, America Del Valle del FPDT ha ribadito che: “Da qualche angolo della patria, io ripeto che non mi piegheranno… La responsabilità, di quanto è successo in Atenco, ricade sulla classe politica, includendo il PAN, il PRI ed il PRD. A tutti loro è più comodo investire in cani carcerieri, repressori e violentatori come Wilfrido Robledo che investire nella salute, nell’educazione, nel lavoro e nell’alimentazione per tutti, che risolverebbe molti dei gravi problemi che abbiamo nel paese… Ciò che è successo il 3 ed il 4 maggio fa parte di un piano del governo…

Ed hanno voluto inviare un messaggio al popolo, a quelli in basso. Avvisano noi, che stiamo in basso, che in questo sistema politico non ci possono stare quelli che si oppongono ai loro dettami, che abbiamo un posto solo nelle prigioni del governo… e gli affari vanno bene a Enrique Peña Nieto, che spicca come buon membro della ‘mafia Atlacomulco’ e raccoglie punti per la sua carriera nel sistema di corruzione priísta”.

Il colpo inferto ad Atenco è un colpo contro tutti e non è un fatto isolato nell’attuale contesto politico del paese. “La nostra mobilitazione dovrà continuare a crescere senza permettere che le loro minacce e provocazioni riescano ad abbattere il nostro obiettivo centrale che è conquistare la libertà dei nostri”.

Secondo América del Valle, rispetto al futuro, “il loro piano è di lasciare in prigione i nostri detenuti, arrestare altri compagni ancora e lasciare impuniti coloro che hanno orchestrato l’infame repressione… Esigiamo le dimissioni di quei tre traditori della patria, che sono Fox, Peña Nieto e Robledo, che se ne vadano. Non permettiamo che continuino a fare così tanto male al nostro Messico… Ancora oggi alcuni disinformatori osano mettere in dubbio gli stupri definendoli presunte violazioni… Dobbiamo continuare a lottare fino a che il popolo ed i carcerati del mondo vengano a sapere tutto ”.

Sempre con voce ferma, del Valle ha terminato dicendo: “... è dimostrato che solo il popolo può salvare il popolo… In questa lotta che è di tutti né i muri, né le frontiere saranno una ragione affinché la voce della solidarietà non arrivi ad altri angoli del mondo”.

La voce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Alla fine dell’atto, il subcomandante insurgente Marcos si è presentato ed ha spiegato i motivi della marcia: “Attraverso la mia voce, parla la voce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Oggi siamo qui, una parte di quelli che hanno deciso di non lasciar passare un’ingiustizia, che tiene in prigione i nostri compagni e le nostre compagne dell’altra campagna. E con noi, donne ed uomini, ci sono anche tutti e tutte noi che lottiamo per la libertà delle donne ed uomini ostaggi del governo, arrestati in San Salvador Atenco nei giorni 3 e 4 maggio”.


Foto: D.R. 2006 Juan Manuel Gómez
Dopo aver parlato della presenza in piazza di compagni di tutti gli stati della Repubblica e della diversità di genere, origine e professione, il Delegato Zero ha affermato che “è come se si trattasse di un’autentica guerra: la guerra del Messico dell’alto contro il Messico del basso. Ed ora ci sono gli ostaggi: donne ed uomini rapiti dal governo per negoziarli in cambio di paura, oblio e silenzio. E noi, uomini e donne dell’altra… di fronte a questa guerra abbiamo deciso di non aver paura, di non dimenticare e di non restare zitti. E per questo oggi innalziamo due bandiere: quella della libertà e quella della giustizia, libertà e giustizia per le prigioniere ed i prigionieri di Atenco. Come poche volte nella sua storia, ora sotto il cielo del Messico la domanda di giustizia si gemella con quella della libertà e della giustizia… Due parole in basso ed a sinistra, due bandiere che ondeggiano già nel paese ed in buona parte del mondo. Tutte e tutti noi portiamo questo dolore che si chiama Atenco”.

Sugli innumerevoli paradossi che spuntano quando si contrasta la politica dei governanti e delle classi dominate, Marcos ha affermato che “il dolore cresce man mano ci rendiamo conto delle ingiustizie che si commettono in nome della giustizia sui corpi dei detenuti e delle detenute e stiamo continuando ad imparare di che cosa sia capace il potere per imporsi. La repressione ad Atenco non è stata solo priva di legittimità, ma come si sta dimostrando col passare dei giorni, è stata illegale e per occultare questa illegalità i governi vogliono girare e voltare questa pagina di dolore, ma col dolore cresce anche l’indignazione”.

Dopo una critica fulminante alla classe politica messicana, il Delegato Zero si è scagliato contro Enrique Peña Nieto, Vicente Fox, Wilfrido Robledo e “nella comparsa di iene e avvoltoi, i deputati e senatori. E sentiamo il signor Calderón, candidato del Partito Azione Nazionale per la presidenza della Repubblica, applaudire alle violenze sulle donne arrestate e presentare come parte essenziale del suo programma di governo la violazione dei diritti umani: il fascismo yunquista vestito di azzurro e patrocinato dall’erario pubblico. Ed il signor Madrazo del PRI, promettere a tutti che questo comportamento, quello della polizia in Atenco, sarà il trattamento che il suo governo userà con le donne in basso, per poi chiamare fascisti i suoi alunni di Azione Nazionale. Ed osserviamo che il signor López Obrador, dopo aver calcolato l’impatto nei sondaggi, conserva un complice silenzio, mentre parlamentari del suo partito applaudivano l’imposizione dell’ordine ed il progresso del sogno macchiato di sangue di San Salvador Atenco”.

Marcos – “Il nano fan di Hitler: Felipe Calderón”

Sulle elezioni che il prossimo 2 luglio e sull’evidente ascesa del fascismo che emana dall’utradestra e da El Yunque, installati nelle alte cariche pubbliche del governo federale, il Delegato ha detto: “La classe politica messicana ha dimostrato un’altra volta d’essere imbalsamata nell’immagine che le restituiscono i media, ma non si rende conto che quell’immagine denuda la sua avarizia, il suo affarismo, il suo disprezzo per la gente. La classe politica messicana ha solo occhi ed orecchie per le poltrone che trasformerà in affari, per il denaro che ricaveranno dalla spoliazione di quel poco che hanno ancora i poveri di questo paese… Il disprezzo con cui li guardiamo non ha limiti… Ci siamo resi conto che come punizione per i poliziotti che hanno picchiato e violentato seguendo gli ordini ricevuti, saranno mandati da uno psicologo, per verificare perché hanno picchiato un cane. Per i poliziotti violentatori, psicologi, per le donne violentate, carcerieri… Questa è la giustizia! E la libertà sarà svolgere le elezioni federali del 2 luglio. Elezioni, alle quali oltre allonta dell’appoggio sfacciato del governo foxista, del nano ammiratore di Hitler, Felipe Calderón si aggiunge l’onta della repressione in Atenco. Con un accordo tra di loro, là in alto, hanno imposto alla nazione intera un calendario, quello del mercato delle poltrone pubbliche, quello elettorale. Lassù in alto, hanno sequestrato la politica e vogliono che tutto stia tranquillo ed in silenzio perché loro possano… disputarsi i posti di venditori di rovine, delle rovine in cui hanno ridotto la nostra patria”.

Sull’evidente mistificazione della classe politica e sulle sue bugie, la Commissione Sesta dell’EZLN ha sostenuto: “Chiedono pace e tranquillità, ma non avranno né l’una né l’altra, non se non ci sono libertà e giustizia per Atenco. Alcuni fingono di governare, altri fingono che governeranno: stanno tutti fingendo che ci sia legge per tutti. Né pace né tranquillità: l’una e l’altra si fondano oggi sulla libertà e sulla giustizia… ed Atenco rappresenta l’incarceramento dell’una e la prostituzione dell’altra. Continueremo a ricordare i nomi di tutti: di Alexis Benhumea, dei nostri compagni detenuti in sciopero della fame, di Ignacio del Valle”.

Evidentemente, l’Altra campagna zapatista, a livello nazionale, a partire da ora, entra in una nuova tappa nella quale la strategia e la creatività saranno elementi costanti e Marcos lo ha puntualizzato: “Oggi parte un nuovo ciclo di mobilitazioni in Messico e nel mondo per la libertà di tutti i prigionieri e le prigioniere politiche di Atenco, da tutte le parti continuerà a crescere questo movimento ed irromperà con una molteplicità di modalità civili e pacifiche, con tutto l’ingegno e la creatività di noi che siamo in basso ed a sinistra, da tutte le parti e per tutto il tempo denunceremo questa ingiustizia. Quel calendario, che hanno deciso a loro capriccio ed a loro beneficio, ora si ritorcerà contro di loro e denunceremo l’ingiustizia contro i nostri compagni. Atenco è il nostro volto, la nostra voce ed il nostro passo”.

La voce del portavoce dell’EZLN si è fatta più sommessa e sentita, mentre così concludeva: “Noi, uomini e donne dell’altra campagna, la cosa migliore che hanno partorito queste terre messicane e che vive e lotta da questa e dall’altra parte della frontiera e con noi, uomini e donne di altre terre e sotto altri cieli, alzeremo la nostra voce ed il nostro sguardo per esigere per Atenco: libertà e giustizia”. Con queste parole e di fronte allo sguardo multicolore che riflette il tessuto della comandante Ramona, parla e si riconosce, la gente umile e semplice, il popolo che, nella sua diversità, è tornato a camminare insieme, a gridare, a soffrire, a parlare, a decidere, a conoscere, a baciare, a gioire… ma soprattutto ad esigere libertà e giustizia con dignità.

Firmate l’appello: “Le mille donne che qui firmiamo esigiamo giustizia!”

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