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Narco News Issue #41

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Il tempo e l’urgenza: riflessioni sulla politica di ascolto dell’Altra Campagna

Una difesa ed una critica


di John Gibler
Speciale per The Narco News Bulletin

31 luglio 2006

Molte delle critiche rivolte all’Altra Campagna possono essere attribuite al fallimento o al rifiuto di prendere sul serio l’obiettivo della prima fase della stessa: ascoltare.


Foto: D.R. 2006 John Gibler
La struttura iniziale dell’Altra Campagna era divisa in due fasi di sei mesi che avrebbero preparato il terreno per la creazione di un movimento nazionale anticapitalista di base. Nella prima fase, il subcomandante Marcos avrebbe percorso i 31 stati ed il distretto federale per ascoltare le voci, le storie di resistenza e le strategie organizzative di chi sta in basso e a sinistra. Nella seconda, membri della comandancia indigena dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) avrebbero viaggiato in delegazioni – 32 in totale – nei 31 stati e distretto federale, dove si sarebbero fermati per sei mesi per realizzare un lavoro di organizzazione a fianco di quanti avevano firmato la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona ed avevano aderito all’Altra Campagna.

Questi piani sono stati brutalmente interrotti quando centinaia di poliziotti municipali e statali hanno attaccato alcuni floricoltori a Texoco, il 3 maggio, e dopo che più di 3.500 poliziotti federali, statali e municipali hanno preso d’assalto la città di San Salvador Atenco, il 4 maggio. L’Altra Campagna ha sospeso il suo viaggio di ascolto, allo scopo di solidarizzare con le centinaia di persone picchiate, stuprate, abusate sessualmente ed arrestate durante le aggressioni della polizia, e di organizzarsi per chiedere la loro liberazione.

I. Una difesa

Fin dall’inizio, L’Altra Campagna è stata criticata per essere contraria alle elezioni; per disapprovare il Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) ed il suo candidato presidenziale, Andrés Manuel López Obrador, per non aver assistito all’insediamento del presidente Evo Morales in Bolivia, per ignorare il Dialogo Nazionale (un’organizzazione di sinistra legata a partiti politici di opposizione) e per essere così fortemente anticapitalista. Queste critiche sono rivolte a tutta la proposta di organizzazione di base, fuori dai partiti politici, governi e corporazioni; cioè, che traccia linee precise di inclusione ed esclusione. L’Altra Campagna le aveva già tracciate in precedenza e a partire da quel momento non si è più voltata indietro.

Altri hanno lanciato critiche contro L’Altra Campagna che, dicono, partono dagli obiettivi generali della stessa, rivolte quindi non alla struttura del progetto, ma alla sua implementazione. Guillermo Almeyra, per esempio, ha pubblicato recentemente sulla rivista “Memoria” una delle critiche più pungenti lanciate contro L’Altra Campagna, che serve da modello per comprendere come la politica dell’ascolto sia stata distorta e sottovalutata.

Guillermo Almeyra da mesi pubblica critiche ostili all’Altra Campagna. Ma, che io sappia, egli non ha mai assistito ad un evento nell’ambito della stessa. Io ho seguito “l’altra” fin dal principio (mi sono allontanato dall’itinerario solo tre volte, per assistere ad un incontro nazionale di casinisti a Tlacotlapan, al Forum Popolare dell’Acqua a Città del Messico, e per fare un reportage sulla militarizzazione in Guerrero) e non l’ho mai visto. Anche alcuni ex studenti di Almeyra seguivano la campagna e confermano di non averlo mai visto. Non cito la sua assenza per screditare le sue critiche, né per partecipare al gioco degli autoctoni contro i forestieri. Ma quello che mi sembra curioso è che sprechi tanto inchiostro nel criticare L’Altra Campagna senza investire alcune ore per vedere di che si tratta in realtà. O, detto altrimenti, che pugnali verbalmente un viaggio di ascolto di sei mesi, senza neppure esserci mai andato (immaginate un professore di università che pubblica critiche su Marx senza aver letto i suoi libri).

Almeyra scrive che L’Altra Campagna è “volta a prendere contatto con chi non può esprimersi – questa è esattamente la sua qualità principale – ma non è una campagna che ha come obbiettivo di organizzare o elevare il livello politico di chi partecipa ai suoi eventi… “.

È falso. L’obiettivo reiterato è precisamente organizzare e consolidare un movimento nazionale. La Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona riassume così questo obiettivo:

Andremo ad ascoltare e parlare direttamente, senza intermediari né mediazioni, con la gente semplice ed umile del popolo messicano e, secondo quanto ascolteremo ed impareremo, costruiremo, insieme a quella gente che è come noi, umile e semplice, un programma nazionale di lotta, ma un programma che sia chiaramente di sinistra cioè anticapitalista cioè antineoliberale, cioè per la giustizia, la democrazia e la libertà per il popolo messicano.

Che la campagna abbia successo o no, che crolli o salti, e che sia fedele ai suoi obiettivi o che non lo sia, sono un’altra questione, ma sarebbe un equivoco negare che tale obiettivo non sia stato realizzato.

Almeyra prosegue:

…neppure insegna che cosa è il capitalismo (divide solo la società tra “ricchi” e “poveri”) né che cosa è lo Stato (semplicemente sostiene che “bisogna cacciare i ricchi a Miami”, senza dire come né con quali mezzi né come reagiranno i potenziali sgomberati e le forze dell’ordine statali, oltre che gli Stati Uniti), non educa politicamente (dice “toglieremo loro le terre”, “esproprieremo le banche”, senza nemmeno abbozzare quali sarebbero le condizioni minime necessarie per poterlo fare). È una campagna di agitazione antielettorale ed anti-establishment, ma non una campagna organizzativa anticapitalista.

Almeyra qui si confonde su due punti principali: 1) che la prima fase della campagna è l’unica fase, e 2) che i discorsi del subcomandante Marcos (ai quali si è riferito quotidianamente sul giornale La Jornada) sono le uniche voci dell’Altra Campagna. Almeyra critica L’Altra Campagna per non fare adesso quello che L’Altra ha detto che avrebbe fatto poi. Ma non lo dice; semplicemente ignora la fase organizzativa da venire attacca la fase di ascolto per non fare il lavoro di organizzare. Inoltre, scrive, nelle sue molte frasi tra parentesi, che la campagna “divide soltanto” e che “semplicemente dire”. Poi cita elementi dei discorsi di Marcos facendo confluire tutte le voci dell’Altra Campagna in quella di quest’ultimo. Entrambe le confusioni scaturiscono dal disprezzo di Almeyra per il luogo riservato all’ascolto nell’Altra Campagna. Uno sostiene che tale momento dovrebbe essere sovvertito con un’organizzazione dall’alto. Due, pone tutte le voci della gente del basso in quella di Marcos (ripeto, questo secondo errore è probabilmente il risultato di utilizzare selettivamente interventi di Marcos su La Jornada – nonostante anche questo giornale abbia coperto, ogni giorno, la partecipazione della gente del basso – e di non assistere agli eventi della campagna destinati ad ascoltare).

Tutto questo tocca un punto importante, qualcosa che potrebbe sembrare una contraddizione nella prima fase dell’Altra Campagna: se in tutto questo viaggio si tratta davvero di ascoltare, perché Marcos parla tanto? Può essere che la mia risposta a questa domanda sia molto generosa, ma è quello che ho potuto osservare nei mesi trascorsi ad ascoltare sia le migliaia di persone che sono venute a parlare sia i discorsi quotidiani di Marcos. Marcos sale sui chioschi delle piazze delle città, o sopra i cassoni dei furgoni nelle campagne, per convocare, per invitare la gente a partecipare, per creare coscienza nello spazio sociale che L’Altra Campagna apre. Non tutti i discorsi sono riusciti o sono stati centrati al meglio – provate a fare 2 o 3 discorsi al giorno, sette giorni alla settimana per quattro mesi – ma questa era la funzione di questi discorsi. La partecipazione di Marcos in questo senso ricorda quel momento dell’organizzazione popolare in cui la classe operaia non aveva nessun accesso ai mezzi di comunicazione di allora, e così andava dappertutto a fare comizi improvvisati per diffondere la sua idea di cambiamento sociale.

Almeyra prosegue:

Lasciati rapidamente da parte gli aspetti istrionico-folcloristici (il viaggio di Marcos in motocicletta con dietro il pollo mascotte), la tournée non è stata altro che una presa di contatto con settori in lotta o emarginati dall’azione dei partiti (che è senza dubbio molto importante, ma è anche insufficiente). Ha sondato il livello di comprensione, ascoltato le loro rivendicazioni, visto il livello di organizzazione e di decisione, ma non ha proposto nulla, neppure l’autonomia e l’autogestione (conquiste fondamentali degli zapatisti chiapanechi) né discusso niente né presentato un progetto di paese (o i problemi fondamentali che questo deve affrontare) né ha organizzato.

Ancora una volta, Almeyra qui si confonde in due sensi: 1) Scrive al passato ( ”la tournée non è stata altro…”) come se L’Altra Campagna, o almeno la prima fase, fosse conclusa, e 2) sminuisce tanto il valore di ascoltare quanto l’impegno nei confronti dell’ascolto, scrivendo che “non ha proposto niente”. Non è così; ha proposto qualcosa: percorrere tutto il territorio nazionale per ascoltare la gente. L’EZLN avrebbe potuto organizzare un tour nazionale per esportare il proprio modello di municipi autonomi, ma non voleva organizzare dall’alto. Hanno invitato, attraverso la Sesta, ad organizzare dal basso e a farlo ascoltando, in prima istanza. Così si sono messi in cammino a predicare con l’esempio, percorrendo tutto il paese per sedersi ed ascoltare, ogni giorno, per tutto il giorno.

Alcune affermazioni di Almeyra sono semplicemente velenose:

La cosa più grave è che… L’Altra Campagna non si preoccupi di elevare il livello di comprensione delle persone da cui va, non cerchi di presentare un progetto anticapitalista di paese né parli dei grandi problemi di questo…

Almeyra non era presente, quindi, come può emettere una sentenza così distruttiva?

L’Altra Campagna non può organizzare perché fa politica in modo settario e primitivo e cerca il potere, ma con mezzi inadeguati, come la semplice agitazione contro “i ricchi”.

L’Altra Campagna, scrive, fa politica in “modo primitivo”. Considerando il bagaglio culturale che implica la parola “primitivo” – 500 anni di colonialismo e dispotismo – come si può intendere questa diffamante accusa, proveniente da un accademico riconosciuto, secondo la quale un movimento politico a maggioranza indigena e contadina sia “primitivo”? Come classismo o razzismo latente? O sarà semplicemente che Almeyra ha così tanta voglia di condannare la Campagna che non pone attenzione nella scelta delle parole?

Quando Marcos esclama “me ne frego del rapporto di forze!” educa al rozzo volontarismo i suoi seguaci che ignorano quale battaglia si scatenerà, di quali i mezzi disponga il nemico, di come questo goda di consenso in determinati settori e questo li porta alla mancanza di preparazione organizzativa e politica, a sostituire la ragione e l’impegno studiato con la rabbia e l’improvvisazione, li conduce ad avventure disastrose, come ad Atenco.

Dietro la vergognosa e davvero sorprendente accusa che la dichiarazione di Marcos in qualche modo abbia causato la brutale repressione poliziesca a San Salvador Atenco, c’è qualcosa che vale la pena di sottolineare. Molti discorsi di Marcos toccano situazioni molto complesse e le affronta con conclusioni forti, semplici e molte volte insostenibili, come la sua famosa risposta al rapporto di forze: me ne frego. Ma sostiene anche questi aforismi con analisi, come ha fatto durante un’intervista pubblicata nel numero di maggio 2006 della rivista Rebeldía, nella quale ha spiegato che intendeva colpire il modo con cui gli intellettuali ricorrono all’analisi del rapporto di forze per giustificare il fatto di non fare niente per lottare contro i sistemi di oppressione radicati e protetti.

La sua strategia oratoria estremamente semplice è quella di infondere coraggio, di quello che esorta la gente e dice: unisciti a noi! Non lasciare che nessuno ti dica che cambiare il mondo è impossibile! Le forze militari più forti della storia del mondo appoggiano il capitale transnazionale e l’imperialismo statunitense, e allora? Che vadano al diavolo! Mettiamoci al lavoro! Troveremo un modo di sconfiggerli! Non è una strategia per sconfiggere il capitalismo, ma un appello ad unirsi alla lotta.

In sintesi, le critiche di Almeyra all’Altra Campagna scaturiscono da confusioni circa: le fasi della campagna (prima ascoltare, poi organizzare); le voci della Campagna (le riduce a quella di Marcos); ed il valore dell’ascolto (è evidente sia la sua impazienza per il tempo che richiede perfino iniziare ad ascoltare, sia il fatto di non essere mai stato presente ad ascoltare).

II. Una critica

L’Altra Campagna, in ogni caso, non è esente da critiche. Considerando il valore dell’ascolto nell’Altra Campagna, come dimostrazione del successo del movimento, l’assemblea nazionale realizzata tra il 30 giugno ed il 1 luglio è stata per me un’esperienza molto inquietante. L’incapacità di ascoltare ha caratterizzato l’assemblea, perfino prima che cominciasse.

Una settimana prima di questo evento, membri dell’Altra Campagna di Città del Messico avevano cominciato a distribuire volantini invitando le persone ad una marcia per il 2 luglio dall’Angelo dell’Indipendenza fino allo Zócalo. Uno degli argomenti principali in agenda per l’assemblea era precisamente quali azioni si sarebbero realizzate il 2 luglio. Tuttavia, il gruppo del DF aveva scavalcato tutti distribuendo volantini non firmati a nome dell’Altra Campagna giorni prima che iniziassero le riunioni.

Mi ero avvicinato ad una donna che distribuiva volantini e le avevo chiesto com’era possibile che invitassero ad una marcia prima dell’assemblea. “È quello che abbiamo deciso in metropolitana”, mi disse. “E cosa succede con i compagni che stanno arrivando dai 31 stati per assistere alla riunione? Come potete decidere che per tutti sarà il 2 luglio prima che si siano ascoltate anche le loro proposte?

Silenzio. Nessuna risposta.

Dopo sei mesi passati a costruire un movimento nazionale basato sull’ascoltare le voci di quelli in basso, è stato alquanto inquietante vedere il gruppo del DF fare sfoggio della sua indifferenza all’ascolto ed elaborare, disegnare, stampare distribuire volantini che non tenevano conto delle voci, delle idee e delle proposte degli altri partecipanti da tutto il paese.

Ma la cosa è peggiorata ulteriormente. Dopo la maratona del primo giorno di assemblea, solo 40 minuti prima della chiusura del Teatro Venustiano Carranza, i rappresentanti del DF al tavolo hanno obbligato a discutere quello che si sarebbe fatto il 2 luglio (una discussione già programmata per la mattina successiva) quando non c’era più tempo per ascoltare – e tanto meno per discutere e prendere in considerazione altre proposte – mentre il gruppo del DF poteva sottoporre la sua ad una votazione e vincere a maggioranza. Con aggressività il gruppo di Città del Messico ha vinto così con la sua proposta (i rappresentanti degli stati hanno denunciato il gruppo di Città del Messico di agire “per maggioranza”). E’ questa L’Altra Campagna?

Durante i due giorni dell’assemblea, il chiacchiericcio è stato costante e si è avuto silenzio solo quando Marcos ha preso la parola. Ripeto: è questo l’incontro nazionale di un movimento fondato sul principio dell’ascolto?

La maggioranza dei partecipanti cittadini dell’Altra Campagna – e qui mi inserisco come aderente “intergalattico” della Sesta, che accompagna la prima fase come corrispondente di diversi media alternativi – è cresciuta, in gran parte, all’interno di una cultura tanto individualista quanto capitalista e non sa, veramente, come comunicare e prendere decisioni in maniera collettiva, in assemblea. Credo sia molto importante sottolineare questo fatto: non sappiamo realizzare assemblee né grandi incontri per prendere decisioni, e dobbiamo imparare a farlo.

La marcia in sé, il 2 luglio, è stata colorata e piena di energia. Ciò nonostante, ho sentito che è stata infruttuosa riguardo all’idea di comunicare i suoi principali messaggi politici (non c’è democrazia finché ci sono detenuti politici; che voti o non voti, bisogna organizzarsi) o di attrarre più persone. La marcia e la manifestazione nello Zócalo sono state ad uso e consumo dei partecipanti. Nient’altro. Nemmeno tutti i partecipanti prestavano attenzione: una volta nello Zócalo molti si sono accoccolati in gruppo a mangiare, bere, vendere cose e chiacchierare, invece di ascoltare il manifesto che veniva letto dal palco.

Abbiamo ancora molto da imparare riguardo ad ascoltare.

III. Il tempo e l’urgenza

Allora, perché il titolo magniloquente di questo articolo : Il tempo e l’urgenza: riflessioni sulla politica dell’ascolto nell’Altra Campagna? Perché punta a quello che, a questo punto, ritengo la tensione principale dell’Altra Campagna: una tensione tra il tempo necessario per costruire dal basso e l’urgenza scaturita in seguito ai fatti di Atenco, Sicartsa, Oaxaca e nel contesto dell’intervento dello Stato e nel successivo colossale casino delle elezioni federali. Le cose stanno precipitando. Da molto tempo vanno così, ma noi ora siamo fermi qui e sentiamo l’intensità di quello che ci crolla intorno.

Tra i tanti che seguiamo la carovana dell’Altra la domanda è se, e quando, il viaggio riprenderà verso il nord. Ma la domanda non deve essere se proseguire o non proseguire la carovana, piuttosto, come può continuare l’Altra Campagna a costruire la base di un movimento nazionale anticapitalista di base, continuare ad ascoltare nel nord, mentre non solo prosegue, ma intensifica la lotta per liberare i detenuti politici?

Il tempo e l’urgenza non devono essere visti come forze in opposizione che impongono la priorità di una o dell’altra. Entrambe devono alimentare lo spirito e la direzione dell’organizzazione. Culture ed istituzioni oppressive, profondamente trincerate, saranno sradicate attraverso un processo di organizzazione lento e ben pensato, dal basso, ma la dimensione e la forza repressiva dello Stato richiede un simultaneo innalzamento dell’intensità, uscendo dal chiuso delle marce e dei discorsi nelle piazze per realizzare azioni diverse e più creative che non solo comunicano ma che anche convocano.

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