<i>"The Name of Our Country is América" - Simon Bolivar</i> The Narco News Bulletin<br><small>Reporting on the War on Drugs and Democracy from Latin America
 English | Español | Português | Italiano | Français | Deutsch | Nederlands November 23, 2017 | Issue #46


Making Cable News
Obsolete Since 2010


Set Color: blackwhiteabout colors

Print This Page

Search

Narco News Issue #45

Narco News is supported by The Fund for Authentic Journalism


Follow Narco_News on Twitter

Sign up for free email alerts list: English

Lista de alertas gratis:
Español


Contact:

Publisher:
Al Giordano


Opening Statement, April 18, 2000
¡Bienvenidos en Español!
Bem Vindos em Português!

Editorial Policy and Disclosures

Narco News is supported by:
The Fund for Authentic Journalism

Site Design: Dan Feder

All contents, unless otherwise noted, © 2000-2011 Al Giordano

The trademarks "Narco News," "The Narco News Bulletin," "School of Authentic Journalism," "Narco News TV" and NNTV © 2000-2011 Al Giordano

XML RSS 1.0

Intervento del Subcomandante Marcos

Incontro Ispanoamericano degli Scrittori “Horas de Junio 2007”


di Subcomandante Insurgente Marcos
Enlace Zapatista

8 giugno 2007

DALL’OMBRA ALLA LUCE

Giugno 2007
Hermosillo, Sonora, Messico

Vogliamo ringraziare chi ha organizzato queste “Horas de Junio” per averci dato l’opportunità di incontrarvi e incontrare questo uomo che ha saputo risolvere nel migliore dei modi il dilemma tra le lettere e la lotta, cioè, portandole avanti entrambe: Ernesto Cardenal.

Siano queste parole l’omaggio alla sua vita e impegno e, soprattutto, alla generosa attenzione che questo uomo ha rivolto ai popoli indios del Nicaragua e di questa grande ferita che ci fa male e che si chiama America Latina.

Rivolgo inoltre questo saluto a chi, come Ernesto Cardenal, ha messo la parola in mezzo alla battaglia per la libertà dei nostri popoli latinoamericani, José Martí. E parafrasandolo, porto e coltivo una rosa bianca, a giugno come gennaio, per l’amico sincero al quale do la mia mano franca. Dagli zapatisti per lei, don Ernesto.

E porto anche, dall’altro angolo del nostro Messico, dal sudest, l’altro fiore che coltiviamo: il fiore della parola…

Una volta, I Guardiani, i nostri custodi, mi raccontarono che di tanto in tanto l’alba si trasforma in albero. E mi raccontarono che tra i suoi rami notturni pendono, come stelle sul punto di staccarsi, storie e leggende terribili e meravigliose.

E mi raccontarono che, quando l’alba è albero, il cielo si avvicina talmente al suolo che è possibile, solo allungando il braccio, toccare i suoi segreti più nascosti ed affacciarsi ad altri mondi mai neppure sognati o nominati.

E mi dissero che, in quell’alba, la luce non entra, solo l’ombra può addentrarsi in questo territorio e cogliere, come se si trattasse di frutti, le narrazioni che saranno memoria per noi che siamo del colore della terra.

E lì ci sono storie piene di luce, tesori fatte parole, allegrie che scoppiano e macchiano tutto dei loro colori. Ma ci sono anche dolori, ferite che non si chiudono, tristezze che solo si alleviano, e che mai guariscono, in parole.

Dal raccolto di quest’aurora, porto la nostra storia di sempre, una storia di dolore e di speranza…

Emergendo dalla bisaccia di Ombra, spunta la punta di una freccia. Con attenzione la prendo e la punta affilata si fa parola nel “Vícam” della lingua dello Yaqui…

Solo poche ore fa, uscendo da Vícam, abbiamo incrociato ad un lato del monte di “Boca Abierta”, una delle porte dell’assediato territorio della tribù Yaqui in Sonora.

Forse la luna aveva iniziato presto il suo percorso, perché quando la sua luce mi ha raggiunto, era quasi piena all’orizzonte. La sua luce intensa disegnava perfettamente la sagoma del monte che, da alcune settimane, lancia un grido d’appello a tutti i popoli indios del continente americano: l’Incontro Continentale dei Popoli Indios, ad ottobre prossimo.

“Una ferita di luce”, ho pensato mentre guardavo chi una leggenda indigena del nordovest del Messico ha definito l’amore impossibile di Coyote, il primo creatore. Ho ricordato allora un aneddoto che mi ha riferito Elías Contreras, dopo uno dei suoi viaggi per gli angoli del Messico del basso.

Voi non lo sapete, ma per questo sono qui, per dirvi che Elías Contreras è, o era, secondo il caso o cosa, Commissione di Investigazione dell’EZLN. Cioè, era, o è, qualcosa come quello che voi chiamate “detective”.

Tempo addietro, in un’altra luna come quella che si apre in queste Horas de Junio, Elías Contreras raccontò al suo amore impossibile, la Magdalena, la sua personale versione della storia della luna…

Raccontano, disse Elías Contreras, che molti calendari addietro, quando né i giorni, né le ore avevano nome e numero, il cielo era molto vicino, allo stesso livello e davanti al suolo. Che gli uomini e le donne camminavano per un lungo sentiero fiancheggiato da astri e piante; che a volte, tra le pannocchie di mais, si poteva trovare qualche stella cadente, o qualche pianeta deviato dalla sua orbita.

Quegli uomini e quelle donne non la facevano tanto lunga quando trovavano questi pezzi di cielo, ed erano i bambini che, dopo averci giocato un momento, rimettevano al loro posto le luci cadute.

Venne poi un altro tempo, quello dell’alto, quello del prepotente, quello del denaro. E la paura si diffuse, seminò il terrore e raccolse morte. Timoroso, il cielo pensò che dovesse stare in alto ed allontanarsi dalla terra, dove il prepotente comandava e distruggeva. Salì sempre più lontano e divenne irraggiungibile. Ma, per non dimenticare ed avere sempre presente come doveva essere il mondo, il cielo chiese allo Yaqui che gli portasse la trascrizione della storia e che gli facesse un segno nella pelle, una promessa, un impegno.

Ma il cielo si allontanava sempre più ed ormai non erano più a portata di mano né la sua pelle né le sue luci. Allora lo Yaqui tese il suo arco più grande e con una freccia tentò di catturare il cielo per non lasciarlo salire più in alto. Ma il cielo era sempre più lontano. Ma lo Yaqui era forte, e forti il suo arco e la sua freccia. E la punta della freccia riuscì a ferire la pelle ancora nuova del cielo. Ma non riuscì a fermarlo, no. Ma il cielo disse allo Yaqui che non avrebbe lasciato che quella ferita si chiudesse completamente, che l’avrebbe tenuta aperta e viva per ricordare così il tempo in cui il mondo era giusto ed i bambini giocavano con i chicchi di mais e con le stelle.

Per questo i nostri saggi chiamano lo Yaqui anche “El Recordador” [colui che ricorda – n.d.t.] e la luna è opera della sua freccia, lanciata allora per essere memoria.

Per questo, disse Elías Contreras, la luna è una ferita di luce nel cielo, una ferita che cicatrizza un po’ e poi torna ad aprirsi. E raccontano che, quando la luna è piena, la ferita sanguina talmente che la sua luce riesce a diluire l’ombra che vive nel ricordo.

Secondo questa versione di Elías Contreras, pensai, la ferita fu fatta al cielo da qualcuno dei primi Guardiani, i custodi della terra. E penso che Vícam, il cui significato in lingua Yaqui è “punta di freccia”, ci ricorda la tenace dignità di questo popolo, non solo nel resistere alle aggressioni che ha subito da quando il denaro è diventato autorità in queste terre, anche nello sfidare il cielo affinché non dimentichi, affinché abbia memoria.

E porto in queste Horas de Junio, a Vícam, questa punta di freccia nella quale si concentrerà la resistenza e la ribellione di centinaia di popoli, tribù e nazioni indie, dall’Alaska fino alla Terra del Fuoco, dall’Eschimese fino al Mapuche. E penso che è bello che siano questo cielo del nordovest, questa luna e questa ora di giugno ad aprire l’ascolto e lo sguardo per vedere ed ascoltare lo Yaqui in un altro modo. Affinché Coyote torni ad alimentare la speranza di incontrare ed essere trovato dalla ferita che l’amore e la distanza aprirono nella lunga notte dei 500 anni. Per farci eco del clamore dello Yaqui, del Seri, del Mayo, del Pima, dell’Od´ham, e si ascolti il canto che annuncia che il mondo dovrà essere messo sottosopra, “rivoltato” diciamo noi zapatisti, affinché sia giusto e non sia più una vergogna o un obbrobrio essere indigeno o donna o anziano o bambino o diverso, infine, affinché il mondo sia un luogo d’incontro e non più un inferno con molte versioni.

Più in là, un’altra leggenda incontrata in queste Horas de Junio, sembra qualcosa di magico. Sembra una lettera, per una luce, di un’ombra…

Signora non proprio mia:

Legga con molta attenzione e si accerti che nessuno, assolutamente nessuno, scopra il segreto che ora le rivelo…

C’era una volta, in terre allora lontane e tuttavia oggi vicine, un’ignota razza di maghi. All’esterno erano come qualsiasi altra razza: c’erano uomini, donne, bambini ed anziani; c’erano amori e disamori, odi e rancori, nobiltà e bassezze, insomma, quello che ci può stare e c’è in qualsiasi razza. Forse così capisce perché dico che era “ignota”, cioè, “inosservata”, ma non perché dico “di maghi”. Ora lo saprà.

Le persone di questa razza avevano strani poteri. Potevano far sì che, per esempio, un’ombra si dimenticasse di chi la proiettava e proseguisse da sola. Chiaramente questo poteva causare solo problemi. Immagini, per esempio, la disperazione di qualche signora che sta ore ed ore a pulire il pavimento per eliminare una grande macchia e risulta poi che non era una macchia, ma un’ombra addormentata che ora, sicuramente, è più che sveglia, cosa che si può vedere dalla velocità con la quale fugge dalla finestra mentre la signora la insegue brandendo, furibonda, scopa, secchio, straccio ed un numero indefinito di bottiglie di detersivi di tutte le marche che garantiscono di rimuovere le macchie più difficili, ma di ombre non se ne parla.

Le ombre provocano non solo questo genere di problemi. A volte si appoggiavano a riposare, appoggiate alle finestre della casa di una persona mooooolto occupata e mooolto importante. Se lo facevano quando il sole di mezzogiorno batteva come tamburo impazzito sulle pareti della casa, era qualcosa di gradito e la persona molto importante e molto occupata sorrideva per qualche secondo ed immediatamente proseguiva con le sue faccende che, è superfluo dirlo, erano moooolto importanti. Ma se le ombre si appoggiavano alle finestre prima che albeggiasse e restavano lì addormentate fino a mattina inoltrata… era la fine! Perché la persona molto importante e molto occupata si svegliava, questo sì, presto, come succede ad ogni persona importante ed occupata, ma vedeva che tutto era ancora buio, cosicché pensava che era ancora notte e tornava a dormire. Questo si ripeteva diverse volte fino a che le ombre se ne andavano via e, hai visto che ora è? E le corse e le maledizioni, ve lo immaginate di sicuro…

E come se non bastasse, le ombre causavano problemi anche alle coppie.

Per esempio, una coppia sente che ormai ne ha abbastanza di sguardi languidi e teneri, che a lei piace lui e che a lui piace lei, e decidono che, bene, perché non piacersi reciprocamente (che, detto per inciso, è molto meglio che “dispiacersi reciprocamente”), e cercano un angolo buio e discreto, e lo trovano, e le mani non toccano più solo le mani, e le labbra seguono rotte strane, ed i sospiri sembrano uragani, e le umidità scatenate presagiscono tormente e, proprio quando si avvertono i lampi nei ventri di entrambi, si sente… un applauso!

Sì, un applauso, timido, vero, ma un applauso. Gli amanti si interrompono e si guardano intorno, ma niente. Allora una vocina dice: “Dai! Continuate per favore, sto imparando cose nuove”.

Sì, indovinato, la voce era di un’ombra, un’ombra che gli amanti avevano confuso con un angolo buio e discreto.

Ovviamente gli amanti si sono rivestiti di corsa, scappando alla ricerca di luoghi più solitari per nascondersi.

Che vi pare?

E non creda che la cosa si potesse risolvere dando qualche calcio, cercando che un qualche movimento ci rivelasse se era un angolo buio e discreto o un’ombra libidinosa imboscata. No, c’erano ombre dalla pelle molto dura…

Infine, questi sono solo alcuni dei problemi causate dalle ombre sciolte. Sono sicuro che potrà immaginarsi gli altri.

Ma bene, questa razza di maghi aveva molti altri poteri di cui le dirò più avanti. Ora voglio soffermarmi in particolare su uno che, si dice, fu la causa della scomparsa di questa razza di maghi.

Si tratta del potere di vedere attraverso gli occhi. Voglio dire, le persone di questa razza, quando guardavano qualcuno lo guardavano dentro. Sì, se loro guardavano qualcuno negli occhi, potevano vedere quello che aveva dentro, toccarlo. E non mi riferisco a quel disordine di budella e flussi corporei, ma potevano vedere quello che la gente era realmente.

Non c’è bisogno di molta immaginazione per supporre che quel potere avrebbe potuto trasformarsi in una maledizione.

Questo potere rendeva inutili tutti i cosmetici (col conseguente fallimento di un importante settore dell’industria chimico-farmaceutica, editoriale, delle radiotelecomunicazioni ed annessi), le mode nel vestire (col conseguente fallimento dell’industria tessile, editoriale, delle radiotelecomunicazioni ed annessi), i gioielli (col conseguente fallimento dell’industria mineraria metallurgica, editoriale, delle radiotelecomunicazioni ed annessi), i differenti modelli di scarpe (col conseguente fallimento di eccetera). Cioè, questa razza poteva vedere e toccare le persone come erano realmente, e non c’era cosmetico, né moda, né gioiello che poteva cambiare questo.

Insomma, alcuni dicono che fu per ragioni economiche che i grandi capi dell’industria fecero molte pressioni; altri dicono che fu per ragioni pratiche, che alla gente non piaceva vedere le cose come erano realmente; altri dicono che furono gli avvocati che prima promossero una causa, poi un ricorso e quindi una controversia costituzionale e poi si sono messi con l’agente, col pubblico ministero, con la suprema corte e con dio (perché non ci fosse possibilità alcuna di ricorrere “ad istanze superiori”), bene, il fatto è che questa razza di maghi rinunciò di proposito al suo potere (o maledizione, secondo come la si veda) di vedere e guardare toccando.

Passò il tempo e, senza questo potere i maghi persero i loro altri poteri. L’industria di cosmetici, dell’abbigliamento, delle calzature, dei gioielli ed annessi andarono alle stelle e raggiunsero alti livelli di prosperità (che significa che pochi si arricchirono molto, e molti si impoverirono molto).

Tutto sarebbe rimasto lì, in un aneddoto che avrebbe finito per perdersi nelle pagine di qualche libro che sarebbe presto andato bruciato. Invece no.

Sembra che un’ombra, di quelle che molestavano le signore che facevano le pulizie, di quelle che imparavano dagli amanti, di quelle che esasperavano le persone molto importanti e molto occupate, un’ombra imparò questo ed altri poteri della razza di maghi.

Dunque mi presento formalmente: sono Ombra, l’ultimo mago, e sono qui perché devo vederla e guardarla toccandola, perché devo riparare i suoi sospiri, perché voglio prolungare la notte là dove è ancora giorno; perché devo imparare da lei la migliore magia, quella che brilla nel suo sguardo, quella che nasconde in qualche posto del suo corpo. Sono l’ultimo mago, e devo percorrere tutto il suo corpo, tutto, tutto fino a trovarla, fino a trovarmi.

Mi dia quindi il suo permesso, mia signora, ed io saprò essere ombra della sua luce.

Bene. Ombra, il guerriero.

Lascio la lettera, ed ancora nell’Ombra dell’alba, trovo una chiave nel carniere della memoria.

Ho detto chiave, ma dico anche ponte. Perché il Vecchio Antonio, quel guerriero maya che ho conosciuto nelle montagne del sudest messicano, fu anche un ponte verso il pensiero e modo degli indigeni che poi misero, nella loro pelle e nei loro sogni, il nome di “zapatisti”.

Come sicuramente non saprete, lo spagnolo che si parla nelle nostre comunità ha molti giri, varianti e miscugli che, più che con le lingue di radice maya che si parlano nelle montagne del sudest messicano, hanno a che vedere con una concezione del mondo “molto altra”, cioè, molto zapatista.

Quindi se il nome della storia che vi racconterò suonerà molto altro, anche nella sua ovvietà, vi prego di essere generosi e tolleranti, perché le parole zapatiste normalmente aprono, al proprio passaggio, la strada che percorrerete. Perché, per dire “sovversione”, noi diciamo “ribaltamento”.

E questa è, come ricordo mi fu narrata dal Vecchio Antonio…

LA STORIA DEL RIBALTAMENTO

Raccontava il Vecchio Antonio che, in qualche momento della storia dell’umanità, il ricco ingannò tutti e, con l’oro, costruì un grande specchio e lo mise di fronte al mondo.

Non ricordo ora se l’installazione dello specchio fu precedente, posteriore o contemporanea all’installazione del furto, lo sfruttamento, la repressione ed il disprezzo come sinonimi di una “civiltà” che si impose col sangue, fuoco e fango sui popoli indios del Continente Americano. In ogni caso, non importa per questa storia che ora vi racconto.

Il grande specchio d’oro, visto che era uno specchio, mostrava tutto invertito: quello che stava sopra, appariva sotto, la bugia somigliava alla verità, il cattivo simulava bontà e l’ingiustizia appariva vestita con la veste della perpetuità e dell’irrimediabile.

Forse per la potente lucentezza, forse per la novità, forse per la pigrizia nel pensiero, forse per tutto questo, gli uomini e le donne smisero di guardare in basso ed alzarono lo sguardo mentre abbassavano la saggezza.

Obbligati in ogni modo a guardare verso l’alto – raccontava il Vecchio Antonio – gli uomini e le donne pensarono che il riflesso che vedevano fosse la realtà, e credettero che niente avrebbe potuto cambiare questo. Perché nel mondo di sopra, quello dello specchio d’oro, non solo si vedeva alla rovescia tutto quello che era stato dritto, ma si vedeva anche come se fosse sempre stato così e non sarebbe mai cambiato.

Fu così che, per opera dello specchio imposto, vennero sulle nostre terre dei e governi, tutti falsi, tutti illegittimi, tutti prepotenti, tutti ingiusti, tutti dall’alto.

I primi dei, quelli che crearono il mondo, si trovavano da un’altra parte. Forse fu per questo che non si resero ben conto di quello che era successo. E quando ritornarono, loro stessi cominciarono a credere di non essere i primi ed i creatori, ma che il mondo si era messo a girare per il soffio magico del dio del denaro.

Invertita la rotta dell’inizio dei tempi, il cambiamento di tutto il resto avvenne quasi come qualcosa di irrimediabile e fatale. La libertà che fece fare al mondo i suoi primi passi, divenne schiavitú e quello in alto fu chiamato salvatore mentre ammazzava. La terra, prima la madre e guardiana, fu trattata come nemico e fu perseguitata, torturata, sottomessa a leggi che non erano le sue, assassinata dalla morte del rispetto per lei.

Ma gli dei, i primi, le creatrici, sapevano già da prima che il tempo della smemoratezza sarebbe arrivato, e che in quel tempo, tutto sarebbe stato visto e valutato alla rovescia.

Quindi, in tempi molto precedenti a quello della smemoratezza, avevano dato ad alcune donne ed uomini il compito di ricordare, di non dimenticare, di avere memoria.

Disse il Vecchio Antonio, un’alba come quella che partorì questo caldo giorno, ma 20 anni fa ed in un maggio governato dal sole di mezzanotte, che questi recordadores, I Guardiani , avevano imparato a ribaltare le cose, cioè, a sovvertirle.

Perché la memoria de I Guardiani era piena delle immagini primordiali e, con loro come realtà, tutto vedevano e tutto guardavano. Come se stessero sognando, guardavano e nominavano le cose. Per questo nominavano le cose come le vedevano, non com’erano. Per esempio, quando nominavano la parola “libertà”, non si riferivano al frenetico inganno di una schiavitú opzionale nella forma e la stessa nel fondo, ma a rendere degno, il rispetto proprio, il rispetto dell’altro ed il rispetto per la terra, la madre.

Per questo, disse il Vecchio Antonio, quando I Guardiani dicevano qualcosa, la nominavano, e cominciavano a fare come se fosse realtà quanto appena fatta parola. Ed il Vecchio Antonio disse che non era che le cose apparissero comunque, ma già erano state dimenticate. I Guardiani non creano o inventano, ma ricordano e danno voce alla memoria, disse il Vecchio Antonio.

Per questo, raccontano, si potrebbe pensare che quando gli zapatisti rompono l’orologio dell’alto il primo gennaio 1994, non fanno altro che cominciare a rompere molte altre cose, tra cui l’immagine di un paese rassegnato e sottomesso al tiranno. Invece no. Non sono le cose ciò che rompono, ma il riflesso delle cose nello specchio dell’alto.

Per questo – e questo non lo disse il Vecchio Antonio, ma lo dico io col suo consenso e, spero, col vostro – la sovversione non è che un atto di elementare giustizia; “ribaltando ” le cose, rovesciandole, turbando l’ordine stabilito, sovvertendo i calendari e le geografie, gli indigeni zapatisti non fanno altro che avvisarci che è in basso che bisogna guardare, che è in basso dove la memoria conserva le sue luci più luminose, che è in basso dove l’eternità del potente è solo un cattivo alito nella lunga respirazione della madre terra.

Il “Ribaltamento” è dunque, secondo il Vecchio Antonio, uno sforzo ed un dovere zapatista e consiste, grosso modo, nel ribaltare quello che sta un modo e metterlo in un altro modo, cioè, sovvertirlo.

Da qualche parte del nostro viaggio attraverso l’Altra Geografia del nostro paese, per il Messico del Basso, dissi che la libertà, come il sesso, è una droga. Che qualcuno la prova e ne voleva di più… e di più…e ancora…

Forse. Ma forse bisognerebbe anche aggiungere che la libertà è contagiosa. Perché nel nostro farci compagne e compagni con le altre e gli altri ribelli, qua in basso, abbiamo sentito e visto che ogni volta sono sempre di più quelli che alzano come bandiera quello che poi sarà vento: il “ ribaltamento” del sistema, cioè, il suo sovvertimento.

Il ritorno del mondo nella sua posizione originale, in piano, senza sopra né sotto, senza sfruttatori né sfruttati, senza ladri né derubati, senza repressori né repressi, senza umiliatori né umiliati. Un mondo senza capitalisti. Cioè, un mondo senza padroni.

Quando noi zapatisti finiremo di fare quello che dobbiamo fare, quando termineremo con il “ribaltamento”, il mondo sarà tanto diverso che un giorno il sole si sveglierà al mattino, sorpreso, levandosi dalle terre dello Yaqui, del Seri, del Mayo, del Pima, dell’Od´ham, e si leverà camminando allora verso oriente, per andare a riposare, col suo miglior abito rosso, tra le braccia dell’ombra delle montagne del sudest messicano, dove i morti che siamo aspetteremo di nuovo il tempo di morire di nuovo, per vivere di nuovo…

Bene. Salute e che il “ribaltamento” contagi come mi contagia la luce che ferisce la mia ombra.

Dal Nordovest del Messico
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, maggio 2007

P.S. – È già mattina quando Ombra, il guerriero, con cura, come se si trattasse di tesori, raccoglie dal suo corpo rotto i resti della memoria di una luce. Con ognuno ripete i suoi scongiuri:

”Che non mi dimentichi / che ai suoi occhi manchi il mio sguardo / che il suo corpo si senta incompleto senza il mio / che al suo cuore manchi il mio battito / che lei, la cui grandezza ammiro, mi ammetta nell’alto volo del suo sogno”

Nel cielo delle Ore di Giugno, la luna è una ferita che non duole…

Share |

Fai clik qui per altro ancora dell’Altro Giornalismo con l’Altra Campagna

Lea Ud. el Artículo en Español
Lesen Sie diesen Artikel auf Deutsch

Discussion of this article from The Narcosphere


For more Narco News, click here.

The Narco News Bulletin: Reporting on the Drug War and Democracy from Latin America