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Narco News Issue #42

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Le/Gli zapatisti e L’Altra: i pedoni della storia IV

Quarta Parte: Due pedoni in strade distinte… e con destini differenti


di Subcomandante Insurgente Marcos
L’Altro Messico

26 settembre 2006

1 – I “modi” di un dirigente - Il rifiuto da parte della “coppia presidenziale” di López Obrador è andato crescendo alla pari della candidatura del tabasqueño. Con la sua comunicativa (e l’ampia copertura che gli offrivano i grandi mezzi di comunicazione – oggi nemici dichiarati del perredista -), il capo di governo di Città del Messico stava scivendo l’agenda a Los Pinos… ed al resto della classe politica. Anche se uno fosse stato nell’angolo più appartato del paese, avrebbe saputo quello che aveva detto Fox (bene, quando riusciva ad articolare qualcosa di comprensibile), quello che aveva detto AMLO, e durante il giorno come si era pronunciato il resto dell’elenco della politica messicana su quanto detto… dal governatore del DF. Questo non è che fosse il più grave problema per Fox… almeno per un po’. In un programma televisivo, López Obrador si diceva sconcertato per la repentina avversione del “signor presidente” (ricordate quando ha detto: “bisogna proteggere l’investitura presidenziale”). “Era il mio amico, non so che cosa gli è successo”, disse allora AMLO. Bene, quello che è successo è che la “investitura presidenziale” era ormai della coppia: quella formata da Vicente Fox e Martha Sahagún. E “la signora Martha”, come dice suo marito, voleva e vuole essere, non la signora del presidente, ma “la signora presidentessa”.

Se sembra il nome di un’opera teatrale, non è accidentale. Nella commedia che si rappresentava giorno dopo giorno ne Los Pinos, la signora Sahagún aveva sempre il ruolo di protagonista (anche se non sempre il più di successo, ma non bisogna essere troppo esigenti). Doña Martha ha iniziato la sua lunga, e per ora troncata, corsa alla poltrona presidenziale da molto tempo. E proprio quando López Obrador appariva sulla scena come il più forte concorrente. Ma, mentre si stava disfacendo dei personaggi scomodi (secondo lei) del gabinetto e del circolo vicino a Fox, Martha vedeva con disperazione che AMLO rimaneva lì. Non c’era bisogno di molto acume (e davvero non ce l’hanno) per rendersi conto di chi sarebbe stato il rivale della signora Martha nel caso che lei fosse diventata la candidata di Azione Nazionale.

La manovra dei “video-scandali” è stato il primo indizio di una lotta vera e propria per tentare di buttar fuori AMLO dalla corsa presidenziale. La lotta è poi diventata una battaglia col tentativo di esautoramento. Se nei video si vedeva la mano del governo di Fox, nell’esautoramento la sfacciataggine è stata totale. Una mobilitazione cittadina crescente (che López Obrador ha disattivato) ha propinato a Fox una sconfitta schiacciante. Ma in politica non ci sono battaglie finali.

Nel frattempo, López Obrador si stava costruendo una candidatura, cioè un’immagine. Indubbiamente per riuscirci non bastava il balcone privilegiato del governo di Città del Messico, nel PRD continuava a pesare ancora molto la figura di Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano. Ma il governo del DF non era solo la possibilità di accedere ai riflettori mediatici, era anche denaro, molto denaro. E questa canzone ha molto “rating” tra la classe politica nel suo insieme, e pure nella direzione perredista. Con discreta abilità, AMLO è riuscito a “guadagnarsi” le simpatie (ed il controllo) dell’apparato del Partito della Rivoluzione Democratica… e di un importante settore di intellettuali, artisti e ricercatori. Per il primo, finanziamenti. Per i secondi, interlocuzione ed attenzioni speciali.

In sintesi, tutto andava bene.

È stato allora che alcuni mezzi informativi hanno buttato un amo a cui il lopezobradorismo ha abboccato con singolare allegria: i primi sondaggi. Dato che vi appariva con uno scandaloso vantaggio sul resto dei sospiranti, AMLO ha creduto loro e li ha avallati. Viziato ed adulato dalla stampa in quei tempi, López Obrador ha dimenticato una legge basilare del paludoso terreno dei media: il fugace e lo istantaneo. I media fanno gli eroi (“e le eroine”, aggiunge Martita entusiasmata) ed i villani (“e le villane”, completa Elba Esther Gordillo) non solo nei teleromanzi, anche sullo scenario politico. Ma come li/le fanno, così le/le disfano. Il “maturo”, “prudente” e “responsabile” capo di governo dell’inizio, si trasformerà poi nel politico “irresponsabile”, “messianico” e “provocatorio” ed i sondaggi che lo davano in alto, poi lo collocheranno in basso.

Nella mobilitazione contro l’esautoramento, si è visto il primo indicatore del “modo” di López Obrador. Anche se era evidente che non pochi di quelli che si erano mobilitati lo avevano fatto contro l’ingiustizia, e non perché l’appoggiassero davvero, AMLO ha usato quel movimento per dare una bella spinta alla sua corsa verso la presidenza dal Messico. Quando la mobilitazione si incominciava a trasformare in movimento (in alcuni gruppi era nata l’inquietudine per gravi problemi come il posto della scienza, dell’arte, della cultura e, soprattutto, del che fare politico) ed il governo di Fox è tornato indietro, López Obrador ha mandato la sua gente a casa.

L’obiettivo: fermare l’esautoramento e sollevare AMLO sulla cresta dell’onda, era stato raggiunto e lui si era impegnato a fermare le mobilitazioni. E così ha fatto.

Il messaggio di López Obrador verso il resto della classe politica (della quale fa parte, cosa da non dimenticare) ed i signori (e le signore) del denaro, era stato chiaro: “non ho solo la capacità di convocare una grande mobilitazione, ma anche di dirigerla, di controllarla, di dosarla… e di fermarla”.

2 – Gli/Le intellettuali di AMLO - In una parte del media intellettuale progressista è incominciato, allora, a sorgere quello che conosciamo come il lopezobradorismo illustre (o illustrato, o istruito – n.d.t.). Questa moda dà inizio alla costruzione di una nuova classificazione per ubicare coloro che si muovevano o si affacciavano sul Messico politico. E, probabilmente, si divide in due: i buoni (quelli che stanno con AMLO - cioè i “simpatici” e “popolari” -) ed i cattivi (quelli che non stanno con AMLO - cioè gli “invidiosi”, secondo Elenita -). Qualunque critica o messa in discussione di López Obrador, anche se era tiepida e sommessa, era catalogata come un complotto della reazione: di Carlos Salinas de Gortari, delle forze oscure dell’ultradestra, del Yunque, di un conservatorismo coperto. Quando ora sono un po’ più “tolleranti”, le critiche al lopezobradorismo vengono tacciate di “settarie”, “marginali”, “ultras”, “infantili”.

Con un accanimento degno di miglior causa, questo settore ha man mano costruito un pensiero settario, intollerante, despota e vile. E l’ha fatto con tale efficacia che questo pensiero è quello che dopo ha guidato “gli specchietti” intellettuali di López Obrador nella campagna elettorale, nel movimento di resistenza alla frode ed ora, nella CND di AMLO.

Quando il quotidiano messicano La Jornada, ha intitolato una delle sue edizioni di agosto del 2005 (in occasione della prima riunione preparatoria dell’Altra): “o stanno con noi o stanno contro di noi” (o qualcosa di simile), si è sbagliata e no. La frase non è stata detta da Marcos. Ma è stata detta ed è pronunciata da allora dal lopezobradorismo illustre.

Questo pensiero (che aveva cominciato a consolidarsi passando sopra all’appoggio del PRD alla controriforma indigena) avrebbe incoraggiato a chiudere occhi ed orecchie quando i perredisti di Zinacantán, ne Los Altos del Chiapas, hanno attaccato le basi d’appoggio zapatiste ed avrebbe permesso che l’assassinio della avvocato difensore dei diritti umani, Digna Ochoa y Plácido, così come quello del giovane studente Pável González, fossero manipolati dal governo perredista del DF con una viltà che poi si è convertita in routine. Nei casi di Digna e di Pável, di fronte al crimine aggravato di umiliare la morte di attivisti sociali, le voci oneste sono rimaste in silenzio… “per non fare il gioco della destra”. Il lopezobradorismo illustre ha segnato così il suo primo trionfo, illegittimo come tutti quelli che ha ottenuto finora.

Se i simpatizzanti, militanti e dirigenti del PRD, questo settore di intellettuali e lo stesso AMLO, sono stati in silenzio allora, c’era da aspettarsi che non avrebbero detto pure nulla quando gli assassini di militanti perredisti avrebbero occupato i posti a candidato sotto la bandiera gialla e nera.

E così è stato.

Quando qualcuno tace così davanti a qualcosa, tace davanti a qualsiasi cosa. Il fantasma del “innominabile”, Carlos Salinas de Gortari, spuntava dappertutto e tutto era valido per affrontarlo. Tutto, perfino riciclare i salinisti discontinui… nel PRD e nel circolo vicino a López Obrador.

Con questa modalità autoctona del “pensiero unico”, è arrivato un nuovo sistema di valutazione, una nuova bilancia per misurare: la stessa cosa poteva ricevere una valutazione differente, dipendendo da chi la faceva o la proponeva. Se la faceva o la proponeva AMLO o un@ dei suo@ simpatizzanti, allora l’atto o il progetto acquisiva tutte le virtù immaginabili; ma se si trattava di qualcuno che criticava López Obrador, allora era un progetto delle “forze oscure” dell’ultradestra.

Quando abbiamo affermato (ne “L’Impossibile Geometria del Potere”) che il progetto di AMLO era salinista, gli/le intellettuali lanciarono un grido al cielo (e stanno ancora lassù, isteric@), ma quando l’incaricato del piano economico lopezobradorista (il signor Ramírez de la O, consulente di politica economica – e, per alcuni, colui che sarebbe diventato ministro dell’economia se AMLO arrivava alla presidenza -) ha dichiarato, alcuni giorni prima delle elezioni che la sua proposta era un “liberalismo sociale”, simile a quello di Carlos Salinas de Gortari, quei/lle intellettuali si riversarono dall’altra parte.

E tutto questo era seguito dalla destra realmente esistente con molta soddisfazione. Alcuni dei suoi pensieri e delle sue proposte erano già nell’ambiente perredista: il “malvagio” (e malriuscito) Piano Puebla Panama di Vicente Fox avrebbe ottenuto la sua “purificazione” nel Progetto Transismico di AMLO; l’approvazione della cosiddetta “ley Televisa” per i deputati perredista della camera bassa è stato un altro “errore tattico”; le leggi minori ed i regolamenti, approvati pure dal partito che hanno dato legalità alla spoliazione di terre indios non erano “tanto gravi”; la relazione promiscua tra López Obrador e l’impresario Carlos Slim era “alta politica”; la privatizzazione del Centro Storico di Città del Messico era “modernità”; il colossale investimento nel secondo piano del periferico che mette in comunicazione con una delle zone più ricche del DF, mentre contemporaneamente abbassa l’investimento in trasporto pubblico, era un esempio di “buon governo” (e non una omissione allo slogan “primo i poveri”); il colpire il movimento urbano popolare era “mettere ordine”… ed il caudillismo che si sviluppava e coltivava era… “la nascita di una nuova leadership”.

Senza nessun indizio che lo fosse davvero, si è decretato che López Obrador era di sinistra perché… perché… bene, perché lui l’ha detto (bene, a volte sì, a volte no, dipende da con chi era).

Nel calendario si è arrivati al 3 e 4 maggio, e la morte ed il dolore sono arrivati da San Salvador Atenco e Texcoco, nello Stato del Messico. I sondaggi hanno detto che bisognava appoggiare la repressione o rimanere silenziosi. Fecal ha detto bene, che era magnifico, che questo era quello che si doveva fare. Allo stesso modo si è espresso un Madrazo sempre più debole. Per il lato della “sinistra”, i parlamentari perredisti nel congresso mexiquense hanno applaudito l’azione della polizia ed hanno appoggiato Peña Nieto. Da parte sua, López Obrador… è rimasto in silenzio. Atenco sarebbe stato utile se fosse servito per le elezioni, ma le “misurazioni” nei media hanno detto che non era così. Il lopezobradorismo illustre si è lamentato un pochino, senza nessuna convinzione, e così prosegue.

Si è dimenticato pure che, durante tutto il percorso della sua candidatura, AMLO si è sforzato di essere gradito al settore imprenditoriale. Se si rivedono i discorsi e le dichiarazioni della sua pre-campagna e della campagna elettorale, non hanno niente a che vedere con quelli emessi dopo il 2 luglio. Una volta dopo l’altra insisteva coi politici: “non ci sarà vendetta”. Ed al settore imprenditoriale diceva, testualmente: “non dovete aver paura di me”. Cioè: “non colpirò le vostre proprietà, né i vostri livelli di guadagno, né gli usi e costumi della classe politica”.

Per non vedere tutto questo, c’era bisogno di una miopia molto grave. Ma per vederlo e poi rimanere silenziosi, c’era bisogno di un cinismo che non smetterà di stupirci.

Tempo dopo, nella mobilitazione contro la frode, López Obrador ha detto, nello Zócalo di Città del Messico che col trionfo di Juan Sabines in Chiapas si era fermato l’avanzata della destra! Che AMLO promuovesse la bilancia che “purifica” (e rende di sinistra) coloro che l’appoggiano, passi pure, dopo tutto è lui che l’ha creata. Ma che il lopezobradorismo illustre applaudisse entusiasmato una stupidità di quel livello, era incomprensibile… oppure la dimostrazione palpabile del grado di cretinismo raggiunto. Il “fermare l’avanzata della destra in Chiapas” avreva così significato riciclare il Crocchette Albores ed il latifondista autore di quella famosa frase “in Chiapas vale più un pollo che un indio” (Constantino Kanter). Chi accetta questo, accetta tutto. E se qualcosa abbonda nel lopezbradorismo illustre, sono le ruote di questa enorme macina.

Con questo “sano” ambiente di discussione e di “alto” livello di analisi, si è arrivati al primo di luglio col lopezbradorismo illustre che inalberava non un programma progressista di partecipazione cittadina (vale a dire, contestando ai partiti il terreno del che fare politico), o una proposta innovativa per le arti, la cultura e le scienze, ma con uno slogan pieno di superbia ed arroganza: “sorridi, vinceremo”. No, non hanno invitato a fermare la destra (anche se ora dicono che invece l’hanno fatto). Hanno invitato a prepararsi a celebrare il trionfo (e questo sì, con misura e maturità).

Ah! Sembrava tutto così facile, così senza mobilitazioni, senza repressione, senza scontri, senza scontri politici ed ideologici, senza dibattito, senza lotte interne, così in pace, in calma, stabile, equilibrato, così senza radicalismo, senza fuga di capitali, senza caduta nella Borsa Valori, senza pressioni internazionali, senza che nessuno si rendesse conto, senza lotta di classe, tan – tan.

La repressione? Bene, è vero, c’era pure L’Altra Campagna, Atenco, quelli/e sì, “nac@s” e “volgari”. E niente blocchi delle strade principali, così fuori dalla legittima domanda di libertà e giustizia per i/le prigionier@ di Atenco. Quando L’Altra ha bloccato delle strade in solidarietà con i/le nostr@ compagn@, la polizia del DF si è imposta per “garantire” il libero transito. Decine di giovan@, student@ dell’ENAH e della CCH Sur in gran maggioranza, sono stati picchiati e gassati nel periferico sud e sono stati inseguiti fin dentro alle installazioni della Scuola Nazionale di Antropologia e di Storia.

Il lopezobradorismo illustre ha detto bene, bello che la strada, che le auto, che il bando numero 13 (emesso da AMLO quando era stato capo di governo), che la libera circolazione, che gli “ultras”, che l’ordine, che la stabilità... Dopo tutto, erano solo dei/lle ragazz@ (che probabilmente non avrebbero votato o non avevano neanche la credenziale di elettore). Cioè che, come direbbero Alaska e Thalía, “a chi importa”.

Tempo dopo, la mobilitazione contro la frode ha bloccato, facendo uso del legittimo diritto alla libera espressione, il viale Reforma (credo si chiami così). Quando gli impresari e la “gente per bene” hanno protestato (a dispetto degli sgravi fiscali) ed hanno chiesto la testa del capo di governo del DF, Elenita Poniatowska ha intervistato l’assediato Alejandro Encinas. E lui ha dichiarato che doveva rispettare e proteggere la libertà di manifestazione.

Forse commossa per la sofferenza di Encinas, Elenita “ha dimenticato” di domandargli perché le libertà valevano ed erano rispettate quando si trattava dei simpatizzanti di AMLO e non quando si trattava dell’Altra, o del movimento degli scartati dall’ammissione all’università, o dei movimenti in generale che ricorrono a queste azioni per farsi vedere ed ascoltare. Nella “dimenticanza” di intervistato e di intervistatrice si è ascoltato chiaramente: “c’è una legge per qualcun@ (quell@ che stanno con me) ed un’altra per gli/le altr@ (quelli che non mi appoggiano-seguono-ubbidiscono)”.

Ma la notte del 1° luglio, il lopezbradorismo illustre ha sognato che, solamente andando alle urne, il paese sarebbe cambiato. E loro avrebbero sopportato con modestia, che bravi, le dimostrazioni di gratitudine del popolino (“guarda figlia mia, lì c’è il dottore, ha fatto scuola al signor presidente ed a suo figlio; e là ci sono quelli che abbiamo visto sul palco, salutali perché sono quelli che hanno diretto la nostra liberazione”), degli indios (degli/lle zapatist@ no, perché è noto che sono degli/lle ingrat@), degli operai, dei contadini, delle donne, dei/lle giovan@, degli/lle anzian@, del Messico insomma. E ci sarebbero state conferenze e tavole rotonde all’estero. Ed il lopezobradorismo illustre, questo sì, con modestia e misura, avrebbe raccontato quanto aveva fatto per il Messico… anche se è sempre solo stato sopra un palco.

Ma è arrivato il 2 luglio e, con lui, la Gordillo. E con lei… la frode.

3 – La mobilitazione contro la frode – Ma, dopo lo sconcerto iniziale e mentre era già pronto il patibolo per annientare Marcos, l’EZLN, L’Altra Campagna e tutti quelli che resistevano ad essere “purificati”, quest@ intellettuali si sono resi conto di che cosa era davvero successo. AMLO ha dimostrato, ancora una volta, di essere è il più intuitivo ed intelligente del lopezobradorismo illustre. Ha saputo misurare bene che una mobilitazione contro la frode dipendeva da quello che lui diceva e faceva… e così ha detto e fatto. Così è iniziata una mobilitazione popolare, autentica, legittima e giusta: la mobilitazione contro la frode e, quindi, contro l’imposizione di Felipe Calderón.

Si è detto che la mobilitazione non è stata né è quello che si dice. Si parla di trasporti forzosi, della svergognata ed impertinente intromissione del governo del DF e della struttura del PRD, si dice che non erano né sono così tanti, come dicono che sono. Può essere. Quello su cui non c’è dubbio, nemmeno per noi zapatist@, è che c’erano e ci sono lì, in quella mobilitazione, delle persone oneste che sono state e stanno lì per convinzione e per principio. Quelle persone meritano ed hanno il nostro rispetto, ma la loro strada porta in una direzione in cui noi non vogliamo andare.

Non condividiamo con loro né la strada né il destino.

Ed il nostro modo di rispettarl@ è di non intrometterci nella loro mobilitazione, di non disputare ad AMLO la leadership indiscutibile che ha lì, di non sabotare, di non essere opportunisti, di non “disingannare” le masse (che invece sono alcuni dei motivi e delle ragioni di organizzazioni e gruppi per star lì, anche se non sono d’accordo con la conduzione della mobilitazione).

Le persone oneste che stanno lì, lo sappiamo, pensano che sia possibile che la mobilitazione si trasformi in movimento (con la CND) e che non dipenda da un leader e dalla struttura di controllo che si è imposta ai/lle convenzionist@. Può darsi. Noi pensiamo che non sia così ed inoltre pensiamo che non sarebbe etico “cavalcare” o “approfittare” di una mobilitazione per la quale non abbiamo fatto niente, su cui abbiamo solo mantenuto uno scetticismo critico.

Ebbene, sulla mobilitazione contro la frode ed il tentativo di trasformarla in un movimento con la CND, diciamo quanto segue:

  1. La “coscienza” di AMLO rispetto all’illegittimità delle istituzioni appare chiara perché si è ignorato il suo trionfo grazie alla frode. Altro sarebbe stato se si fosse riconosciuto che aveva vinto la presidenza.
  2. La Convenzione Nazionale Democratica non esisteva nel pensiero lopezobradorista all’avvio della mobilitazione. Se così fosse stato, nel presidio si sarebbe approfittato del tempo a disposizione per analizzare, discutere e dibattere le differenti proposte che sono state poi votate per acclamazione il 16 settembre 2006. La CND è stata ed è un modo per trovare una via di uscita dal presidio, ed un modo legittimo di incominciare a costruire un movimento per arrivare alla presidenza nel 2012… o prima, se ci sarà la caduta di Fecal.
  3. Nella CND si è imposta una direzione che, più che condurre il movimento, si propone di controllarlo. Non c’è il minimo germe di partecipazione democratica nelle discussioni e nella presa di decisioni, molto meno germi di auto-organizzazione. Questa direzione ha i suoi propri interessi ed impegni (anche se la CND si è accordata sul boicottaggio di alcune imprese e prodotti, alcuni dei suoi dirigenti hanno dichiarato che non l’avrebbero fatto – si veda quanto ha scritto Federico Arreola su Milenio Diario, il giorno dopo della CND -).
  4. Il movimento in formazione del lopezobradorismo non mira ad una crisi delle istituzioni (quelle che hanno forgiato e perpetrato la frode). Se fosse così, si sarebbe deciso che nessuno accettasse i posti che ha vinto nelle elezioni, il che per davvero avrebbe provocato una rottura difficile da dirimere. La CND non mira verso la sua autonomia ed indipendenza. Al contrario, prosegue soggetta alla vecchia classe politica (oggi convertita alla “sinistra”).
  5. La maggioranza, non tutti/e, di coloro che stanno nella direzione della CND brilla per la sua corruzione, l’opportunismo e la tendenza alla truffa.

    Se, da una parte, si mandano “al diavolo” le istituzioni fraudolente, dall’altro si partecipa (soldi compresi) in queste. I negoziati sono all’ordine del giorno e ne devono ancora arrivarne alcuni molto importanti: il bilancio federale e quello di Città del Messico.
  6. Il lopezobradorismo illustre sta dirigendo i suoi attacchi ora verso se stesso, verso coloro che anche se hanno appoggiato AMLO ora lo criticano. Le squalifiche interne e le purghe continueranno a crescere.
  7. La mobilitazione ha avuto, ed ha, scintille e luci indubbie: per esempio, la creatività e l’ingegno nelle azioni di denuncia contro alcune degli imprese complici della frode (banche, Wall Mart, eccetera), la partecipazione convinta di gente in basso, la giusta e legittima rabbia contro la prepotenza del PAN e del governo di Fox, come contro l’insultante disprezzo che alcuni mezzi di comunicazione (Televisa, TV Azteca e le grandi catene radio) dispensano a coloro che hanno partecipato e partecipano alla mobilitazione.

4 – In basso… – E, nel frattempo, nel Messico in basso…

La gente onesta - In basso si trova la maggior parte di coloro che si sono mobilitati contro la frode elettorale. Quelli che volevano che AMLO fosse presidente perché hanno votato per lui ed hanno vinto. Quelli che difendono il diritto a scegliere democraticamente il governo. Quelli che non volevano che si ripetesse un altro 1988. Quelli che avevano, ed hanno, una sana sfiducia negli apparati di partito della Coalizione. Quelli che sfidano il potere esistente e vogliono che cambi il sistema neoliberale che sta rompendo il tessuto sociale ed affondando al paese.

Oaxaca - Il basso è irrotto anche a Oaxaca ed ha trovato la sua forma e la sua strada con l’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO). La capacità di veto di questo movimento è stata degna di tener conto di se stessa. Non importa se coloro che partecipano lì, abbiano votato o no (se l’hanno fatto per la Coalizione o per qualunque altra forza di partito). Questo non è importante, ciò che è importante è che hanno una fiducia nella loro forza che va oltre ai loro dirigenti ed alla congiuntura. Questa fiducia ha permesso loro, finora, di decidere da soli le loro tattiche senza cedere alle pressioni esterne ed ai consigli delle “buone coscienze”. Come EZLN, appoggiamo questo movimento e tentiamo di seguirli e di imparare attraverso i/le compagn@ dell’Altra che lottano lì. Il nostro appoggio non va più in là per due ragioni: una è che è un movimento di per sé complesso, un appoggio più diretto potrebbe provocare “voci”, confusione e diffidenze, l’altra è che spesso il movimento del popolo oaxaqueño è stato accusato di essere legato a gruppi armati e la nostra presenza diretta farebbe crescere la campagna mediatica che c’è già contro di loro.

Gli/Le Altr@ - E fuori dalle chiacchiere vuote della politica in alto, un’altra ribellione si sta costruendo nel più profondo della società: nei popoli indios, tra i giovani maltrattati dal potere (compreso quello del PRD), tra i lavoratori delle maquiladoras, fra i/le lavoratori sessuali, tra le donne insubordinate che vivono nell’angoscia per i loro mariti emigrati al nord, nelle organizzazioni politiche di sinistra che sono convinte che esiste qualcosa oltre il capitale e la democrazia rappresentativa, tra tutti/e loro che compongono L’Altra Campagna, che esistono in tutto il paese e che stanno organizzando ed inventando un altro modo di fare politica e di rapportarsi fra di loro uguali-diversi.

Neanche l’Altra Campagna non è quanto è uscito sui mezzi di comunicazione, nemmeno quello che alcuni dei suoi partecipanti dicono di lei, e bene, neanche quello che la Commissione Sesta dell’EZLN ha commentato del suo andare. È molto di più di tutto questo. È un torrente che scorre in basso, che ancora non si esprime del tutto, che esiste e si riproduce nella cantina del Messico.

Ma sempre in basso, esistono milioni, la maggioranza, che non hanno votato. Che non credono nelle elezioni (molti di loro, come noi zapatist@, non hanno mai votato per convinzione). Coloro che fanno parte del Messico disprezzato e umiliato (e che ora il lopezobradorismo illustre vuole disprezzare ed umiliare ancor di più, attribuendo a loro una presunta sconfitta). Molti di loro fanno parte del Messico dei popoli indios che solamente alcuni anni fa erano elogiati per la loro volontà di lotta e resistenza.

Con questi ultimi, con quelli/e che non guardano verso l’alto, stiamo noi zapatist@. E pensiamo che è con loro che deve stare L’Altra Campagna.

Perché alcuni/e in basso, noi che stiamo nell’Altra, identifichiamo già il nostro dolore ed il nemico che lo causa: il capitalismo.

E sappiamo già due cose centrali: una, che per librare questa lotta si richiede la costruzione di un movimento sociale-politico autonomo ed indipendente. E l’altra, che in alto non c’è soluzione di fondo né ai problemi economici e sociali che angosciano il popolo del Messico e nemmeno di fronte al sequestro che la classe politica ha esercitato contro la partecipazione e l’organizzazione del popolo.

Noi, i/le zapatist@ dell’EZLN, da un anno abbiamo optato per portar avanti un movimento nazionale anticapitalista, e in basso a sinistra, che passasse oltre alla congiuntura elettorale – nel quale si potesse stare indipendentemente da ciò che ognuno decideva riguardo alle elezioni -. Ora abbiamo visto ed imparato molte cose. Di quelli in alto, dell’Altra, di noi stess@.

Pensiamo che, si sia d’accordo o no con la legittimità o la popolarità del movimento che ha alla testa Andrés Manuel López Obrador, quella non è la strada dell’Altra, e, soprattutto, non ha lo stesso destino che cerchiamo noi che siamo compagni/e nell’Altra.

Noi, L’Altra, non cerchiamo chi ci diriga, né chi dirigere. E non cerchiamo di ottenere dall’alto ciò che si costruisce dal basso.

Ed è a voi, alle nostre compagne ed ai nostri compagni dell’Altra che vogliamo fare una proposta…

(continuerà…)

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale Commissione Sesta Subcomandante Insurgente Marcos Messico, settembre 2006

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