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Narco News Issue #39

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La nuova politica di Marcos si avvicina allo stato più recente: Quintana Roo

“Là dove c’è sfruttamento, l’umiliazione, dove c’è discriminazione, troverete uno zapatista”


di Al Giordano
Otro Periodismo con l’Altra Campagna in Quintana Roo

14 gennaio 2006

In memoria della Comandanta Ramona

Quando il Subcomandante Marcos si sposterà nello stato caraibico di Quintana Roo questo fine settimana, farà un pellegrinaggio che la maggioranza degli oltre 800 mila cittadini di questa giovane entità – o i loro genitori – hanno fatto negli ultimi trent’anni. Questa terra è la dimora ancestrale dei maya, pescatori e contadini, ma è anche terra di emigranti. L’esplosione della popolazione iniziò negli anni settanta, quando il governo nazionale decise di trasformare una tranquilla piantagione di palme del cocco nella mecca turistica di Cancun, trasformando Quintana Roo nello stato numero 31 della repubblica messicana.


Del video noticiario: El Delegago Zero se acerca a Quintana Roo
Cancun, che allora contava 173 abitanti, oggi ne ha mezzo milione – più di 27 mila stanze d’albergo. Questi hotel, centri commerciali, ristoranti e night club, sono stati costruiti da emigranti di tutto il sudest del Messico. Molti di questi lavoratori sono arrivati dallo stesso luogo da cui Marcos parte questa settimana: è solo l’ultimo pellegrino che percorre attraverso le calde e polveroso strade del Chiapas verso Quintana Roo.

Qui Marcos vedrà di tutto: enormi complessi turistici vicino a povere comunità agricole e di pescatori, eleganti condomini, campi da golf che passano sopra case di mattoni e capanne. Lavoratori migranti e parenti appena arrivati vicino a contadini indigeni maya. Ambiziosi industriali in disputa con emigranti senza terra che hanno dovuto invadere terreni non usati per costruire le proprie case, bellezze naturale vicino a distruzione ambientale e persone in dura lotta per preservare la terra e la spiaggia. Persone semplici ed umili che lottano si possono trovare in tutto il Messico, ma questa è una provincia nella quale il loro numero cresce giornalmente.

Nei quattro giorni di visita del Delegato Zero – i prossimi sabato, domenica, lunedì e martedì, cominciando da Chetumal – gli agricoltori indigeni maya di Nicolás Bravo e di altre zone si presenteranno da lui, insieme ai leader dei pescatori, per unire le forze nell’Altra Campagna zapatista. Lavoratori della Colonia Colosio sulla Riviera Maya gli chiederanno aiuto per proteggere la terra da una proposta di governo di sgomberarli e edificare per ricchi industriali. Giovani di Cancun gli esporranno i loro problemi – dalle pressioni economiche alla repressione politica – ed offriranno il loro appoggio per costruire un nuovo modo di intraprendere l’azione politica in quello che gli zapatisti propongono come una campagna nazionale anticapitalista “dal basso a sinistra”. Ci sarà probabilmente anche qualche turista internazionale per fotografare il subcomandante mascherato e le solite persone che dicono: “Vivir, delay-gay-to Zee-roh”.

Ed anche se sicuramente si vedranno delle “scene” lungo il percorso, questo non è un “intermezzo felice”.

Una terra di migranti

La realtà della costa del Quintana Roo evoca le aride storie dei romanzi di John Steinbeck, come “I giorni dell’Ira” o “La battaglia”, sulla lotta di rifugiati profughi che migrano verso la terra promessa sulla costa e che dovranno imparare ad organizzarsi come lavoratori per difendersi dall’abuso e l’ingiustizia. Benché Marcos dovrà aspettare fino al mese di giugno per averne un esempio più ampio nelle città di confine di Ciudad Juárez e Tijuana con emigranti messicani che vivono negli Stati Uniti, è qui in Quintana Roo dove darà una prima occhiata (ed ascolterà per la prima volta) al fenomeno dell’esodo messicano.

Qui, il Delegato Zero si incontrerà con centinaia di migliaia di emigranti di altre province del sudest messicano che sono venuti sulla costa da comunità economicamente devastate di Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatan, Veracruz, Oaxaca ed altri, alla ricerca di lavoro ed opportunità. Di fatto, mentre altri stati messicani affrontano un calo della popolazione, Quintana Roo accoglie giornalmente nuovi abitanti. Molti di questi emigranti – come le sue controparti che vanno dalla California fino a New York – sostengono le proprie famiglie inviando i loro guadagni, e qui nel loro stesso paese affrontano lo stesso tipo di ostacoli e repressione dei loro fratelli e sorelle nel nord.

“La verità è che nella mia comunità il salario è molto basso, è per questo che dobbiamo venire qui”, è quanto ha spiegato un lavoratore migrante del Chiapas a Otro Periodismo, nel suo giorno libero sulla spiaggia di Playa del Carmen domenica scorsa. “Sono un lavoratore edile. Qui ci sono alcune organizzazioni ma siccome non siamo di qui, questo per noi non vale. Il capo ci paga, senza previdenza sociale, ci paga come vuole. Lavoriamo da lunedì a sabato, signore. Oggi è il mio giorno di riposo. Ma a volte le autorità non prendono questo in considerazione. Per noi qui non c’è autorità. Non abbiamo niente. Signore, lo faccio per forza, perché ho una famiglia. Faccio quello che il capo mi chiede”.

E quello che il capo gli chiede di fare è costruire: il paradiso vacanziero si estende per due chilometri a sud di Cancun in quello che i promotori chiamano “La Riviera Maya”, una costa dotata di villaggi tutto-compreso, nuovi hotel, parchi tematici ed altre attrazioni turistiche.

“Molta gente di Cancun ora lavora sulla Riviera mentre gli ampliamenti prendono le terre degli indigeni per costruire hotel”, commenta Mauricio Ocampo Ocampo della coalizione filozapatista a Cancun. “Questo è un punto strategico del capitale per avere fabbriche, lavoro, acqua e risorse naturali, così come per cercare brevetti dalle piante medicinali e dalla conoscenza locale, cosa di cui il paese è molto ricco”.

Il centro della “Riviera” è Playa del Carmen, un’ora a sud di Cancun. Trent’anni fa era una cittadina di pescatori con 1600 abitanti. Oggi ne ha 143.000. “Entro cinque anni la popolazione salirà a 400.000”, commenta l’avvocato Julio Macossay del Movimento Culturale Popolare che ospiterà il Delegato Zero il 16 gennaio.

“I lavoratori edili vengono da Campeche, Veracruz, ma principalmente dal Chiapas. Gli accampamenti di lavoratori constano di case di cartone senza servizi sanitari. I lavoratori dormono nelle amache. Sono contrattati in Chiapas. Vengono in città solo il sabati a comprare le loro cose, inviare denaro alla famiglia e godersi un po’ la vita. La polizia ne approfitta, se li trova un po’ brilli gli prende il denaro che sono venuti a spedire alle famiglie”.

Una giovane lavoratrice della colonia Colosio a Playa del Carmen commenta ai corrispondenti: “Ci sono molti turisti che vengono qui. Loro possono fare quello che vogliano, come rompere finestre, e nessuno fa niente. Vengono, pagano e la polizia li protegge. Ma noi tutti che viviamo qui, saremmo portati in prigione per qualunque piccolezza. Noi che viviamo qui non abbiamo diritti, come i giovani o i lavoratori”.

“Questo è successo proprio a mio figlio”, commenta un’altra donna della colonia Colosio – dove la metà dei residenti di Playa del Carmen vive ora – “Se i ragazzi stanno bevendo una birra, vengono arrestati. Se sono pericolosi non li affrontano. Ma se vedono un pover uomo ubriaco, faranno in modo di prendergli i soldi; se non li ha lo porteranno in prigione. Ma se è un turista ubriaco lo trattano diversamente, perché è lui che porta i dollari”.

Il contrasto tra come vivono i turisti ed i residenti è reale, ma è anche diventato un superfluo cliché di giornalisti mediocri e affini. Come si poté vedere nel 2003 durante le proteste contro la riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio – dove attivisti di tutte le parti vennero qui, protestarono e spesero denaro nell’economia locale senza lasciare un’impronta più profonda di un altro gruppo di turisti in più. Cancun e la Riviera Maya, nei circoli radicali sono comunemente qualificati come posti banali, molto moderni e non sufficientemente messicani (qualunque cosa questo significhi): una specie di Disneyland in spanglish. Insomma, la regione non rientra in quei preconcetti estetici che gli attivisti – incluso molti simpatizzanti zapatisti di tutto il mondo – ritengono che il Messico dovrebbe avere.

Ma il Delegato Zero cerca di trovare in mezzo al caos, al traffico ed al movimento del cambiamento che scuote questa entità, terra fertile, adatta per la sua missione. In contrasto, dice, con la stagnazione sociale e politica di Merida, capitale dello Yucatan, con le sue caste divine, aspiranti oligarchi, “don” cattolici, divisioni politiche che risalgono ad anni ed i molti ostacoli per costruire un movimento unificato (vedere “Yucatán aguarda la llegada del Subcomandante Marcos” Narco News, enero 10, 2006). Quintana Roo è uno stato in movimento, tutto è meno statico, con una grande dose di coscienza politica nella sua popolazione, simile a quella degli immigranti messicani negli Stati Uniti o a Città del Messico, o quella di qualunque emigrante in qualsiasi parte del mondo.

Zapatismo urbano vs partiti politici

Il boom edilizio lungo la Riviera Maya è iniziato con la ricostruzione del disastro causato dall’uragano Gilberto nel 1998, che fino a prima di Vilma, scatenatosi lo scorso ottobre, era stato il più forte uragano a colpire l’Atlantico. Speculatori e palazzinari approfittarono dello sgombero temporaneo provocato dalla tormenta e la Riviera Maya cominciò a crescere mattone su mattone. Lavoratori edili arrivarono dal sud del Messico e molti finirono per rimanere nella regione, a metà degli anni novanta il numero di emigranti senza casa o terra crebbe fino a raggiungere proporzioni critiche.


Così nacque la colonia Colosio – dove la metà dei residenti di Playa del Carmen vive ora – il quartiere ancora oggi non asfaltato, che porta il nome del candidato alla presidenza dell’allora governante Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), Luis Donaldo Colosio, assassinato durante la campagna elettorale del 1994 a Tijuana. Nell’aprile del 1994, più di mille lavoratori migranti spinti dall’allora governatore Mario Villanueva Madrid (anch’egli membro del PRI, oggi in prigione in attesa di un giudizio che sembra non arrivare mai, dopo quattro anni dalle accuse di traffico di droga), invasero 40 ettari di terra e cominciarono a costruire le loro case. La popolazione della Colonia crebbe esponenzialmente durante il decennio seguente. Macossay la definisce “la comunità a maggiore crescita in tutta l’America Latina” con un numero stimata di 700.000 abitanti ad oggi.

Dopo dodici anni dall’invasione, gli abitanti della colonia Colosio continuano a vivere nell’incertezza. L’allora governatore Villanueva promise titoli di proprietà per i piccoli lotti, organizzati in blocchi rettangolari e strade polverose (o fangose) non asfaltate. Il governatore fino al 2000 – Joaquín Hendricks Díaz – mise in dubbio questi titoli e le cose si fecero ancora più polverose e fangose col governatore attuale Félix González Canto: sono apparsi improvvisamente titoli apocrifi di decenni passati, che riportando nomi di ricchi proprietari e costruttori che reclamano la terra che si trova sotto migliaia di case.

“Le terre qui non sono legalizzate. Non vogliono darci titoli di proprietà”, un uomo che indossa una maglietta del Che Guevara ha detto l’altro giorno ai video reporter di Otro Periodismo. “Il governo non ripara le strade. Non fa niente per gli abitanti”.

Uno dei principali problemi è che la disputa per la terra – in tutti i sensi – ruota intorno a politici ed organizzazioni associate al PRI. “Questa fu un’invasione ma con l’appoggio dei priisti”, commenta una donna. “Io non ho avuto nessun problema con la mia terra. Sono priista da quando ero una bambina, i miei nonni ed i miei genitori erano priisti. Continuo ad essere priista come se fosse la mia religione”.

Qui, in questa comunità di forti impatti, ci sono grandi speculatori che giocano insieme al governo dello stato per cercare di togliere la terra ai residenti. Ci sono leader comunitari – anche loro del PRI - che dicono di guidare la lotta per proteggere i residenti di un quartiere che fu invaso con l’aiuto del PRI, e che oggi lo stesso PRI fa di tutto per togliere quello che una volta gli diede.

Adesso arriva l’Altra Campagna, uno sforzo che esula da tutti i partiti politici e dai loro leader. E la visita, il prossimo lunedì, del subcomandante mascherato, con un appuntamento pubblico previsto nel campo sportiva centrale della colonia Colosio.

La settimana scorsa gli organizzatori hanno distribuito 10 mila poster e volantini che annunciano l’evento. Il clima nella comunità si è riscaldato: la possibilità dell’attenzione di massa. E l’opinione dei residenti della comunità circa la visita del Delegato Zero è molto positiva.


“È bene che venga”, ha commentato un uomo nella colonia Colosio, “perché è una persona che non ha mai ceduto ai governi, il suo arrivo, per me, è la migliore delle cose”.

“Arriverà e sarà benvenuto”, ha commentato un residente, originario del Chiapas, di nome Ezechiele, che si è identificato come il presidente dell’Alleanza dei Lavoratori e Contadini di Solidarietà (il nome del municipio che include Colosio e Playa del Carmen). Ha affermato, come molti altri immigranti, di essere arrivato in Quintana Roo dal Chiapas dopo l’eruzione dal vulcano Chichonal nel 1982. Ezechiele, intervistato in un negozio di animali e peluche, ha detto di non essere membro di nessun partito politico. “Ci sono molte persone che dipendono da me. Nessuno le ha aiutate, né lo stato né i governi federali. Molti contadini dipendono dal loro piccolo pezzo di terra, ma senza aiuti non possono farcela. Chi li aiuterà? Il governo dello stato? Il federale? Nessuno!”.

“Sta lottando per una causa e dovremmo appoggiarlo”, dice un residente di Colosio riguardo alla visita di Marcos. “Sia lui, o [i candidati presidenziali: Andrés Manuel López] Obrador, o [Roberto] Madrazo, ha il diritto di ricevere appoggio. Se ha già combattuto in Chiapas, ha il diritto di venire qui”.

“Che bello che arrivano [gli zapatisti], perché so che queste persone lottano per il bene delle persone, per il benessere della gente povera”, commenta un uomo di nome Olegario. “Loro non lotta per i ricchi. Lottano per i poveri. Conosco la loro situazione da anni, da quando hanno cominciato. Credo che sia geniale che vengano qui!”.

La lama a doppio taglio della celebrità

Molti dei residenti di Colosio intervistati da Otro Periodismo si dicono entusiasti per l’arrivo di Marcos. In molti casi, come nella maggior parte della repubblica, l’eccitazione si trasforma in fanatismo, il nome di Marcos assume una forma mistica ed il culto della personalità si trasforma in una lama a doppio taglio per il Delegato Zero: aumenta la folla, ma a volte distrae l’attenzione dal messaggio politico anticapitalista.

“Quale è il suo nome? Marcos, sono una sua ammiratrice!”, esclama una donna della colonia Colosio che dice (e sembrava in realtà credere alle proprie parole) che il Delegato Zero è praticamente un abitante di lì: “Beh, è molto bello. Lo conosco di persona… E’ stato all’hotel di Abby. È una bella persona. Con buoni sentimenti. Viene e ci guida”.

In maniera simile, un’ex proprietaria di un locale sulla costa ha contattato gli organizzatori dell’Altra Campagna. Ha insistito per avere un’intervista privata con Marcos adducendo di conoscerlo. Come? Garantiva di scrivergli lettere d’amore da dodici anni.

Anche qui sulla Riviera Maya dove la vendita di esperienze “indigene” o “sciamaniche” agli avidi turisti è un’industria per vari meticci ed alcuni forestieri, diversi gruppi ed individui del cosiddetto commercio new age sono venuti a dire (non a dire ma a chiedere) agli organizzatori di voler fare cose come: “Fare a Marcos una purificazione spirituale” o fare qualsiasi tipo di cerimonia rituale per lui. Molti proprietari di hotel e ristoranti hanno chiesto a Marcos di alloggiare o pranzare presso di loro per fare pubblicità ai loro esercizi commerciali. Qui dove nasce il turismo d’oro, dove molti hanno dollari dove prima avevano gli occhi, molti vedono Marcos solo come un’altra attrazione turistica o un’opportunità d’affari. A tutto questo, si aggiunge un gruppo di ambientalisti che chiedono che il Delegato Zero porti una maschera da delfino per unirsi alla sua causa e all’Altra Campagna in Quintana Roo, chi sicuramente avrà anche altre caratteristiche della gente povera ed umile che Marcos viene a conoscere.

Persone umili e semplice che lottano

Non mancheranno le persone ordinarie nella sua lotta straordinaria, che il Delegato Zero incontrerà lungo questa costa, anche in questa regione dove una Croce Parlante nell’antico centro maya di Chan Santa Cruz – oggigiorno la località di Felipe Carrillo Puerto sulla strada tra Chetumal e Playa del Carmen – diede origine alla Guerra di Casta alla metà del XIX° secolo, molte autentiche e vive comunità maya porteranno la loro parola al subcomandante.

L’archeologo Fernando Cortés di Brasdefer, dell’Altra Campagna a Chetumal, spiega a Otro Periodismo: “C’è molto entusiasmo che non puoi vedere qui nella capitale, ma nelle comunità indigene si stanno preparando per il 15. Questa sarà la prima volta in cui potremo vedere come risponde il popolo, perché a differenza dei partiti politici non regaliamo panini, magliette, berretti o altre cose per attirarli qui”.

“Qui coesistono vari gruppi etnici indigeni che sono venuti in Quintana Roo in differenti epoche”, spiega Cortés, uno degli organizzatori locali dell’Altra Campagna. “Alcuni sono arrivati all’epoca di Lázaro Cárdenas (1920-1930), gente indigena in cerca di terra. E migliaia negli anni settanta su ordine del governo di trasformare questo territorio in uno stato, credo che qui c’erano 200.000 residenti. Comunità intere del Chiapas, in particolare del gruppo chol, sono qui ad aspettare l’arrivo: choles, tzetzales, tzotziles ed anche náhuatls, ed anche totonacos. Circa dodici gruppi indigeni tra tutti. Ed anche i meticcio sono una forza. Molti sono entrati nei partiti politici, ma gente di tutte le ideologie vuole ascoltare le parole del subcomandante”.

Due focolai che la visita del Delegato Zero può mettere sotto i riflettori nazionali ed internazionali l’aspettano in Quintana Roo. Uno è la resistenza che le comunità indigene oppongono alla commercializzazione delle zone archeologiche. Cortés spiega: “Un gran numero di persone stanno comprando terre dentro le zone archeologiche, compreso funzionari che sono venuti a comprarle perché sanno che è la regione turistica più importante, e la seconda regione economicamente più importante del paese”.

L’altro tema “esplosivo” alla frontiera col Belize è la già progettata espansione dell’Aeroporto Internazionale di Chetumal. Questo fu costruito durante la Seconda Guerra Mondiale, vicino ad un altro nella vicina isola di Cozumel, le due basi strategiche militari. I contadini indigeni che furono espropriati delle loro terre non ricevettero mai un centesimo di risarcimento. Il piano del governo di espansione dell’aeroporto di Chetumal, come parte del Plan Puebla Panamá (manovra capitalista per ottenere il controllo sulle risorse naturali ed umane, così come le rotte commerciali in America Centrale e nel sudest messicano), è accolta, questa volta, con resistenza da parte delle comunità indigene. “I contadini questa volta insistono per essere pagati con un prezzo giusto per le loro terre, questo non è stata una questione facile per il governatore precedente e non lo è per l’attuale”, sottolinea Cortés.

Chetumal è stata per lungo tempo una vena del PRI, ma “ora Chetumal è molto emozionata ed entusiasta, particolarmente nelle regioni maya”, ci dice Lorena Romano dell’Altra Campagna locale: “Ogni giorno arriva sempre più gente per la visita”.

“Qui”, spiega Cortés, “la gente si è sentita molto favorita dai priisti, ma perfino la gente del PRI vuole parlare con Marcos. Sono interessati. Pensiamo che la sua presenza come quella della stampa internazionale sia molto importante. Ci aiuta moralmente. A volte le nostre vite si sentono minacciate. La mia lo è stata. Fortunatamente la stampa sta coprendo l’avvenimento e per ora non c’è pericolo per noi. La gente si avvicina, porta acqua e cibo e le città dalle quali non ci aspettavamo una risposta hanno risposto nella maniera migliore. Questo è un atto di pace. Dovranno ascoltarci perché voi sarete qui. La vostra presenza è la più importante”.

In realtà, uno dei possibili impatti della visita di Marcos in questa ed altre regioni, sarà il dissolvimento della paura, simile a quanto accadde in Chiapas dalla ribellione del 1994. E non c’è limite ai cambiamenti che la gente senza paura (o nelle parole di Marcos, che controlla la sua paura) possa creare.

Cancún la giovane metropoli

Dalle antichissime comunità indigene, l’Altra Campagna ha contatti anche con la gente giovane della giovane metropoli di Cancun. Nel Rincón Rupestre, uno scalcinato centro culturale di dieci anni di vita in un quartiere popolare della città di Cancun, Otro Periodismo ha incontrato una dozzina di membri dell’Altra Campagna mentre lavoravano affannosamente alle 10 di sera per prepararsi alla visita.

“Stiamo imparando a fare politica in maniera etica in modo che nessuno guidi”, spiega uno dei coordinatori dei media dell’Altra Campagna, Mauricio Ocampo Ocampo, ai giornalisti. Stiamo imparando a parlare e stiamo imparando ad imparare”.

“Viviamo in un posto dove c’è molta ricchezza, ma dove esiste anche molta povertà, dove i salari sono i più bassi di tutta la repubblica”, dice un’altra donna.

Un tema importante qui a Cancun, come a Playa del Carmen, è il trattamento disuguale per legge e la repressione poliziesca contro gli abitanti.

Ci sono molti turisti che vengono qui, gli spring-breakers (per i fine settimana). Loro possono fare quello che vogliano, come rompere finestre e nessuno fa niente. Vengono, pagano e la polizia li protegge. Noi che viviamo qui saremmo portati subito in prigione per qualsiasi piccolezza. Noi che viviamo qui non abbiamo diritti, come i giovani o i lavoratori”.

“Qui a Cancun tutti sanno dove si vende la droga, chi la vende e chi è coinvolto nel traffico”, dice una donna, “La polizia lo sa, perché ci sono accordi tra la polizia ed i trafficanti. Tutti sanno ma nessuno fa niente”.

“Questo è un paradiso per pederasti”, commenta un’altra sul fenomeno del turismo pedofilo. Hanno la protezione della polizia”.

“Dopo l’uragano, molta gente che vive da questa parte ha visto crollare le proprie case”, dice una giovane donna. “I partiti politici si sono tenuti tutto il denaro inviato per gli aiuti ed ora sono disposti a consegnare il cartone necessario per i tetti, ma questa volta in cambio di voti”.

Lo scontento, l’angoscia, il dissenso, i risentimenti qui a Cancun sono l’eco di ogni angolo della repubblica. Ed i giovani di questo centro, seri nel loro impegno, studiano accuratamente i comunicati zapatisti per imparare un nuovo modo di fare azione politica, sono messicani come tutti gli altri. Il Messico – benché alcuni messicani ed altri stranieri non vogliano ammetterlo – è Cancun ed anche la Riviera Maya.

“Dove esiste lo sfruttamento, dove c’è l’umiliazione, la discriminazione”, spiega Ocampo, “anche lì troveranno uno zapatista”.

“Gli zapatisti non sono solo quelli della selva”, fa eco Cortés sull’Altra Campagna a Chetumal. “Sono anche quelli che non hanno un posto per dormire, niente da mangiare, niente per prendersi cura di sé, anche loro sono zapatisti”.

(Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

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